Esempi di umanità

Le immagini le avete viste alla televisione, sui quotidiani, i settimanali. Donne che piangevano, case diventate cumuli di pietre, travi di legno, mobili. Ma vedere il terremoto, esatto, vederlo, e sentirlo e viverlo è tutt’altra cosa. Tu senti la terra che ti balla sotto, le cose si spostano da un posto all’altro, come su una nave colta dal mare forza nove.

E stai lì in mezzo impotente, la testa ti gira, in fondo all’orizzonte senti un “bang” da aereo a reazione, le luci si spengono e l’atmosfera diventa cupa, maligna. Poi l’affannosa ricerca dei familiari, il giro notturno della città. Mai visto tante auto ferme nelle piazze. Ed è notte fonda. Auto con sportelli aperti, con coperte al di sopra, con gente intorno. Una città piena di vita, che in un attimo diventa piena di morte. Non un vocio, non un clacson, solo sguardi atterriti, sconvolti. I primi comunicati, le vittime crescono.

Il martedì, dopo due giorni, sono andato con un grosso camion ed un pulmino a portare alcuni generi di prima necessità nella provincia di Avellino.

Guidava don Ciccio, mi era accanto Marisa. Due figure eccezionali, raro esempio di altruismo. La Croce Rossa ci aveva indicato Teora. Era quella la base che avremmo dovuto raggiungere. Man mano che ci avvicinavamo le case erano sempre più spesso danneggiate. A Lioni il disastro era totale. Interi palazzi sventrati, grossi muri caduti in verticale, lasciando ancora i letti, i lampadari sospesi, i quadri alle pareti. Auto, camion, carri rimasti a metà sotto cumuli di pietre. Balconate contorte, quasi dei serpenti mostruosi. Un palazzo era diventato come una villetta dal tetto inclinato. Sembrava di assistere ad una rappresentazione, no, ad un gioco di bimbi: quando hanno un villaggio di cartapesta e decidono di romperlo: passandoci coi piedi sopra. Chi era passato sopra quella povera gente una domenica sera? Perché? Oltre le case c’erano le strade squartate. L’Ofantina era piena di crepe, i ponti erano crollati, e dove avevano retto se n’era invece scesa la terra intorno, sces! a anche di mezzo metro.

Un uomo fece segno con una torcia e ci fermammo. Aveva bisogno di aiuto. Salimmo per un viottolo acciottolato e trovammo un casolare a terra. Dove sono? Chiedemmo. Avanzammo ancora un paio di metri ed erano lì, i tredici componenti della famiglia. Sotto il fienile a dormire. Demmo loro delle coperte e ridiscendemmo. Al campo di Teora c’erano solo le candele che illuminavano fiocamente le tende militari. Chi comandava? Ecco, da quel momento mi son reso conto della nostra incapacità di gestire un evento straordinario. O trovavi un capitano che era lì per caso, o trovavi un vicesindaco pronto a togliersi di mezzo per non assumere responsabilità. Solo i giovani hanno saputo ricostruire un minimo di potere là dove s’era frantumato.

Soprattutto a Campagna, un piccolo villaggio anch’esso distrutto. A Teora ci dissero che i primi soccorsi erano già arrivati e che sarebbe stato meglio proseguire per Senerchia. Strada facendo la radio di un’ambulanza che apriva la colonna aveva avuto disposizione di puntare su Calabritto. E così a notte piena arrivammo al campo di quell’altra cittadina, pure distrutta. Un campo modello. Le tende ben allineate. Noi volevamo restare per distribuire di persona le cose che avevamo portato. Il sergente disse che era meglio se procedeva lui alla distribuzione. Ci fu una piccola polemica fra me e lui. Si dispiacque, pianse. Seppi poi che lui era del posto, che aveva tirato fuori dalle macerie la mamma, che non dormiva da tre notti. E capimmo insieme quali scherzi può fare la stanchezza. Ci abbracciammo. Così ci diedero una mano, scaricammo e andammo via, lasciando gli altri ragazzi che ci avevano seguiti col pulmino. Siamo tornati nelle zone terremotate diverse volte. Oramai c’era! sempre don Ciccio che guidava ore ed ore, Marisa che provvedeva a tenere i contatti con gruppi di benefattori e con la Croce Rossa. Quando non si era in giro per dare, si raccoglieva.

Andammo a San Gregorio Magno, a Campagna, e a Montemarano con tende, coperte, materassi, acqua, viveri, indumenti. Sempre colonne di auto di soccorritori privati, venuti da ogni parte d’Italia. Ecco, pensai. L’Italia si basa su due cose sommerse: l’economia sommersa, che tiene su il traballante edificio, malgrado gli inutili carrozzoni che mungono inutili miliardi. E la generosità sommersa, che viene fuori malgrado la burocrazia. A Montemarano, per esempio, ci trovammo di domenica sera. Ad un certo punto seppero che ci sarebbe stat un’altra scossa e tutti uscirono di casa. Si raccolsero con gli ombrelli, perché stava nevicando. E noi restammo soli a scaricare: soli con Giulio, che era venuto col suo camion da Pesaro e con un torinese, ex alpino, anche lui venuto con una roulotte carica di aiuti. Che strano. Noi non avevamo paura del terremoto. E portavamo soccorso, e loro non ci aiutavano. Vennero con molto ritardo un paio di giovani.

Proprio quella sera don Ciccio ci rimise un dente, per aprire un portellone. Venne col fazzoletto pieno di sangue su al comune, dove eravamo appena arrivati. Disse: Marisa, c’è un ferito. Il ferito era lui. Ma non se la prese. Scaricò e guidò per tutta la notte. La strada era scivolosa, piena di insidie. Se la cavò bene. Oltre ai mezzi privati c’erano decine e decine di autoambulanze. Grossi camion, mezzi dei vigili del fuoco, della polizia, dei carabinieri, e poi TIR venuti dalla Germania, vigili francesi, colonne di aiuti che procedevano in forma ufficiale, con tanto di auto della polizia urbana. Sentivi che l’Italia c’era, viva e partecipe. Ma sentivi pure che ormai nessuno più si fidava delle istituzioni. Ognuno aveva voluto vedere in faccia le persone alle quali andava il proprio aiuto. E fu cosa saggia.

Girammo per diversi casolari sparsi. Mucche ancora sotto le macerie, donne impietrite dal dolore. Una era stata presa da poche ore, ma aveva ancora tanta paura. Ci chiese un lassativo. E noi invece avevamo antibiotici. A Calabritto una donna mi chiese una lattina. Io dissi che avevamo delle lattine con olio. Ma lei fu precisa: voleva una lattina vuota, affinché il suo bambino potesse fare la pipì di notte, nella tenda.

E sempre a Calabritto una donna gridava forte, voleva la luce, voleva l’aria, il marito poveretto cercava di calmarla, ma lei gridava. Era meglio mettere la brandina fuori, al chiarore del campo.

Tornammo ancora a Calabritto. Il campo modello s’era trasformato in un pantano: era piovuto per diverse ore e l’acqua non riusciva a defluire. Le tende erano piene, colme di aiuti e i viveri si erano inzuppati di acqua. Cominciavano altre difficoltà. Il freddo, la neve, la pioggia.

Un altro intervento lo facemmo a Calvella, un piccolo centro a quaranta chilometri da Potenza. Lì c’era stato un primo insediamento monastico fin dal millecento. Case antichissime, chiese di grande pregio. Tutto distrutto. E la grande dignità della gente colpita negli affetti e negl’ interessi. Muti, senza pretendere, senza neppure la voglia di chiedere.

Alzo lo sguardo e leggo le prime parole di una specie di decalogo di buon vivere: ”Va’ pure tranquillo nel frastuono di questa vita frenetica, ma pensa a quanta pace può esserci nel silenzio, con dignità, senza compromessi”. Ecco, questa gente da secoli ha fatto proprie tali considerazioni. Certamente troverà il coraggio di risalire la china. (fonte Napoli.com articolo di Arturo Capasso)

Consiglio la lettura "Viaggio nel Cratere" del poeta Franco Arminio di Bisaccia

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