Per riflettere un pò

Il primato della domanda sulla risposta

Sapere significa sempre, anche, sapere del contrario. La superiorità della domanda sulla parzialità dell’opinione consiste proprio nel pensare le possibilità come possibilità. Il sapere è nella sua essenza stessa dialettico. Può avere sapere solo chi ha domande, e le domande abbracciano in sé gli opposti del sì e del no, del così e altrimenti. […] Ogni domandare e voler sapere presuppone un sapere di non sapere; e questo nel senso che solo un determinato non sapere conduce ad una determinata domanda. […] E’ la potenza dell’opinione quella che rende così difficile l’ammissione di "non sapere". L’opinione è quella che impedisce la domanda. Essa ha in sé una peculiare tendenza ad allargarsi. Vorrebbe essere sempre l’opinione generale, e anzi la parola stessa che i greci usano, doxa, sta anche ad indicare la decisione finale a cui l’assemblea perviene dopo aver deliberato. Come si può dunque arrivare al non sapere e alla domanda? […] L’arte del domandare non è l’arte del liberarsi dall’impedimento delle opinioni, giacché presuppone già questa libertà. Non è un’arte nel senso in cui i greci parlavano di techne: non è una capacità insegnabile, attraverso cui si possa essere messi in grado di conoscere la verità. Il cosiddetto excursus gnoseologico della settima lettera platonica ha anzi proprio lo scopo di mettere in luce la differenza di questa peculiare arte della dialettica, nella sua specificità, rispetto a tutto ciò che si può insegnare ed imparare. […] L’arte del domandare è l’arte del domandare ancora, ossia l’arte stessa del pensare. Si chiama dialettica perché è l’arte di condurre un vero dialogo. Hans-Georg Gadamer

«Chi vuol comprendere un testo deve essere pronto a lasciarsi dire qualcosa da esso. Perciò una coscienza ermeneuticamente educata deve essere preliminarmente sensibile all’alterità del testo. Tale sensibilità non presuppone né un’obiettiva neutralità, né un oblio di sé stessi, ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie pre-supposizioni e dei propri pregiudizi».

8 commenti su “Per riflettere un pò

  1. Lastlion

    Tisbe..
    Questo post devi farlo leggere "all'ottavo nano portatore di democrazia.."
    Sei straordinaria come sempre..
    Hasta siempre compañera

    Vincenzo

  2. utente anonimo

    Se non prendiamo coscienza di ciò che siamo nel nostro esistere particolare, non potremo mai riconoscerci per quell'identità che ci va appartenendo e che si manifesta subito dinamica, cioè ansiosa di divenire altra da sé: vengono, allora, fuori le nostre domande, i nostri perché, il nostro continuo volerci liberare della condizione conquistata e, quindi riconosciuta. L' "altro" potrebbe chiaramente essere anche un testo scritto, una icona, una nota musicale, un gesto e, chiaramente, quindi un esistente … anche un individuo "bipede" e pensante. Quindi, il soggetto, liberandosi in certo qual modo della sua oggettività prende coscienza, si spoglia, avverte di presentarsi al mondo come "soggettività che cresce" e quindi va comprendendo di sapere sia quel che sa (che non lo soddisfa) sia quel che non sa che l'attrae (e che lo caratterizza nel suo non essere ancora), e si rende conto che, per comprendere, deve sapere e quel che sa e quel che non sa. Il testo scritto, in particolare, essendo rappresentazione concettuale e discorsiva dell'essere cognitivo del soggetto pensante si presenta di per sé imperfetto e dunque perfettibile; ecco che esso diviene quell'altro da sé che si vuol far toccare, modificare e rinnovare, mentre esso stesso tocca l'altro, lo modifica e lo rinnova.
    Insomma, io penso che la lettura di un testo possa essere la massima rappresentazione del donare-donarsi-ricevere-il-dono che è caratteristica dialogica e trasformativa.
    Grazie, Tisbe, per tale invito a trovare una soluzione non "enigmistica" e … a rifiutare costantemente l'arte della propaganda, la dottrina in sé e per sé che zittisce e tenta di far ricadere la soggettività in un mero riflesso speculare d'una qualsivoglia Soggettività, di un Uno mortificante dei molti. Ciao
    gauche

  3. Loreanne

    Tis…..questo brano di Gadamer è perfetto per chi sappiamo noi…!!!!
    Ma..lo comprenderebbe?
    E' limitato dalla pappardella imparata a memoria sui comunisti e bla bla bla bla bla…….

  4. Tisbe

    @antares666, ciao, buona domenica! 🙂
    @Vincenzo, grazie! Credo che il "nano esportatore di democrazia" non capirebbe granché 😉
    @gauche, ma guarda! Abbiamo un filosofo tra noi. Finché l'altro è "soltanto" un testo scritto possiamo far riferimento all'ermeneutica per comprenderlo, ma se l'altro è un essere umano, e/o vivente, entra in gioco l'ETICA. E a questo nessuno può e deve sottrarsi.
    @Loreanne, no, non lo comprenderebbe. Lui fa il venditore di professione, non ha una cultura classica! Ecco cosa ci abbiamo guadagnato con il progresso positivistico. A me personalmente irrita il modo irriverente in cui si dice che il comunismo è morto e sepolto, e poi gli si fa la guerra come se fosse vivo e vegeto! Ma mettetevi d'accordo. Non so se ridere o piangere.
    @SilvanaBilardi, grazie Buon fine settimana

  5. utente anonimo

    Beh, l'ETICA scritta così, a caratteri cubitali, mi fa un po' paura; ma so che Tu l'hai rappresentata così per "farmi arrivare meglio" la Tua voce.
    Il "testo", chiaramente è "di più" del semplice testo"! Nella realtà delle cose, durante il nostro cammino, molto spesso dobbiamo prendere delle decisioni che passano dalla nostra "indedicibilità", come ci insegna Derrida: forse … è lì che sta l'etica stessa; e, poi, io non credo di aver mai conosciuto un soggetto "parlante" più loquace, contraddittorio e trasformantesi sempre, come lo stesso testo scritto. Ricordi quando si riusciva da preadolescenti e da adolescenti a dialogare con più vigore con la parola scritta, piuttosto che con la parola parlata (la quale ultima, spesso, è fissa, statica e immobile)? Come dialogano due identità che non riescono a farsi interpretare, perché rproducono sempre la stessa loro "locandina" di se stessi? Noi esseri umani parlanti e pensanti dobbiamo sforzarci di imparare molto da quella "scrittura" che soltanto la parola stigmatizza come qualcosa che permane immutabile (verba volant, scripta manent! Piuttosto, forse, verba manent et scripta …). Ecco, l'uomo quando si immerge nella scrittura, l'ha già, anzitutto, "rubata" al suo autore e, molto probabilmente, l'autore stesso gode di questo suo poter essere derubato da una miriadi di menti che lo ubriacano e lo stravolgono come in un amplesso amoroso e la sua identità si trasforma come le altre che hanno di lui goduto. L'uomo, dominato dalle parole parlate, rischia di non divenire, a meno che va compiendo le sue scelte (di libertà e quindi anche etiche, cioè multiversalizzanti), essendo cosciente della sua direi quasi necessaria "non rigidità"!
    gauche

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