Locke, i limiti della proprietà

Sempre più spesso si assiste ad un fenomeno assai curioso. Non sono più le persone che partoriscono idee, ma le idee stesse, in-formate ed autonome pretendono di appropriarsi delle menti umane più eccelse. Così succede che le ideologie giochino alla gara di accalappiarsi quante più menti eccelse possibili. Premesso ciò, passo ad analizzare alcuni periodi presi dal «Trattato sul governo» di Locke, e ce ne sono di sorprese…eccome!

«Benchè la terra e tutte le creature inferiori siano comuni a tutti gli uomini, ciascuno ha tuttavia la proprietà della sua persona: su questa nessuno ha diritto alcuno all’infuori di lui. Il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi». Ecco in evidenza il primo limite che Locke impone alla proprietà. "Nessuno ha diritto alcuno all’infuori di lui" sta ad indicare che non è ammesso alcuno sfruttamento dell’uomo sull’uomo, perché ogni essere umano è proprietario di se stesso e del proprio lavoro, e dunque nessun altro più appropriarsi della sua opera. Il lavoro, dunque, è proprietà di ogni singolo individuo, e tutto ciò che ne deriva da esso è proprietà dell’individuo e non di terzi. Il filosofo insiste su questo punto: "La legge cui l’uomo era soggetto consigliava piuttosto l’appropriazione. Dio prescriveva il lavoro, e al lavoro i bisogni costringevano l’uomo. Il LAVORO era la sua PROPRIETà, che non poteva essergli mai tolta, dovunque egli l’avesse instaurata. […] La natura ha ben fissato la misura della proprietà in proporzione al lavoro degli uomini e ai beni d’uso della vita. Nessuno col suo lavoro può sottomettersi o appropriarsi tutto". Quest’affermezione è molto chiara. Non contempla l’arricchimento, perché c’è il limite del lavoro altrui che non può e non deve diventare proprietà di altri. Locke insiste su questo punto: l’uomo può possedere solo ciò che è frutto del suo diretto lavoro, e non del lavoro di altri. In altre parole rifiuta categoricamente il "capitalismo" come possibilità di sviluppo per l’umanità. Il capitalismo diventa sfruttamento dell’uomo sull’uomo, inaccettabile non solo da un punto di vista etico, ma anche sotto il profilo dello stato di natura. E’ inumano trarre profitto dal lavoro di altri uomini. Si tratta di un vero e proprio furto che nel corso dei secoli ha portato all’esistenza di quella diseguaglianza sociale che non avrebbe mai dovuto verificarsi. «Una cosa è certa, che all’inizio, prima che il desiderio di possedere più del necessario avesse alterato l’intrinseco valore delle cose, che dipende solo dalla loro utilità per la vita dell’uomo; prima che vi fosse convenuto che un pezzetto di metallo giallo, che si poteva conservare senza che si deteriorasse o andasse perduto, valeva un grande pezzo di carne o un mucchio intero di frumento, per quanto gli uomini avessero il diritto di appropriarsene, col loro lavoro, ciascuno per sé, tanto quanto potevano usare degli oggetti della natura, pure ciò non poteva essere mai troppo, né recare pregiudizio ad altri, poiché pari ricchezza avanzava tuttavia per coloro che fossero altrettanto industriosi». Anche questa affermazione è chiara e non lascia adito a dubbi. L’accumulo spropositato di ricchezze è la vera causa dell’indigenza di una parte dell’umanità. Lo scarto di valore generato al seguito dell’età dell’oro ha fatto precipitare il valore di ciò che è necessario all’uomo e alla sua sopravvivenza. All’utile si è sostituito il superfluo che ha condizionato il futuro dell’umanità creando uno iato insormontabile tra ricchi e poveri. «Mi pare perciò assai facile comprendere come il lavoro potè originariamente fondare il diritto alla proprietà dei comuni beni di natura, e come il limite di quella fosse fissato dal consumo che possiamo farne per i nostri usi». Il diritto alla proprietà, anche se sacrosanto, per Locke, ha dei limiti e delle restrizioni che non sono affatto rispettati nella società capitalista. In realtà, se è vero, come è vero che ognuno è proprietario del proprio lavoro, allora i veri proprietari delle Multinazionali dovrebbero essere gli operai, o comunque tutti quelli che lavorano, e non gli azionisti che lucrano sulla carta straccia. Se non si comincia a riflettere seriamente sul concetto di proprietà si rischia di aumentare pericolosamente il divario tra gli eccessivamente ricchi e gli eccessivamente poveri. Il capitalismo è fallito, come l’esistenza delle Multinazionali è la causa primaria della miseria dell’umanità. Lavoriamo ad un nuovo umanesimo che tenga conto delle reali esigenze degli esseri umani, contro ogni tipo di sfruttamento e contro la ricchezza che, in ultima analisi,  è la vera vergogna di questi bui secoli di abusivismo capitalistico. Se non ci fossero ricchi, non ci sarebbero poveri. Se non ci fossero sfruttatori non ci sarebbero sfruttati. Arricchirsi è un grande delitto contro l’umanità.

Commento promosso a post: «La questione della schiavitù è un problema ereditato dalla cultura classica, al di là dell’incoerenza lockiana. La schiavitù per secoli ha rappresentato la pre-condizione necessaria per la costituzione di un mondo di eguali, con quali presupposti etici non si capisce bene. E tuttavia, oggi cambia lo scenario, si dipanano le distanze, ma il pre-supposto della schiavitù resta. E’ su questo aspetto che si dovrebbe discutere. E bisognerebbe chiedersi perché la sensibilità occidentale prevede che costoro vadano a vivere la loro miseria lontano dai nostri occhi. Io credo che il vero motivo di non volerli qua è questo: se muoiono di stenti nella loro terra cosa importa, ciò che conta è che non vengano a mostrarci con la miseria e la sofferenza il fallimento totale del sistema liberale».

8 commenti su “Locke, i limiti della proprietà

  1. pipistro

    "Se non ci fossero ricchi, non ci sarebbero poveri. Se non ci fossero sfruttatori non ci sarebbero sfruttati". Senonchè – penso – porvi rimedio risolverebbe i sintomi ma non il problema di fondo, posto che il benessere non è un valore assoluto, ma andrebbe misurato "per differenza". Mi spiego, in un'isola di morti di fame, chi ha una noce di cocco è ricco. In altri termini, l'uomo non vuole essere "ricco", ma tende ad essere "più ricco" del suo vicino. Sotto questo profilo, quindi, la questione non potrà mai essere risolta. Ciò non toglie che possiamo fare di tutto per spostare la "competizione" ad un livello più alto. Imho.
    Un saluto …^^v^^

  2. alexperry

    ahahahha…scusa ma rido all'idea di far leggere questo testo ai forza italioti che non solo si arricchiscono e tanto, ma lo fanno pure, quotidianamente, frodando la gente e creandosi leggi ad personam per salvarsi le chiappe…altro che arricchimento selvaggio, qui siamo al reato bell'e buono!

    speriamo che cambi qualcosa

    Alex

  3. utente anonimo

    Ovviamente Locke non era coerente, nel senso che queste frasi (ben commentate da te) lo avrebbero portato a rifiutare il capitalismo, ma Locke ad esempio ammetteva addirittura la schiavitù…

    salutoni
    o Tisbe dell'Irpinia

    Brunius o' napulitan'

  4. bhikkhu

    Un tizio lavora in fonderia per tutta la vita. A 60 anni si ritrova con una pensione misera, costretto a tirare la cinghia, a mangiare alla mensa dei poveri, ecc…
    Lavorare tutta la vita semplicemente per sopravvivere e ritrovarsi a 60 anni più povero che a 20. Qualcosa non va…
    E intanto c'è qualcuno pronto a difendere la prima, la seconda e la terza casa con le armi, se necessario. Con licenza di uccidere…

    Un paese in cui il presidente del Consiglio ha raddoppiato il suo patrimonio mentre una larga fetta di italiani è scivolata a ridosso o dentro la povertà, è un paese malato, fallito, moralmente inaccettabile.
    E' dal neoliberismo che dobbiamo guardarci. Sta già mietendo molte vittime…

    P.S. Uhm… forse t'interesserà il mio ultimo post! 😉

  5. Tisbe

    @Brunius o' napulitan', la questione della schiavitù è un problema ereditato dalla cultura classica, al di là dell'incoerenza lockiana. La schiavitù per secoli ha rappresentato la pre-condizione necessaria per la costituzione di un mondo di eguali, con quali presupposti etici non si capisce bene. E tuttavia, oggi cambia lo scenario, si dipanano le distanze, ma il pre-supposto della schiavitù resta. E' su questo aspetto che si dovrebbe discutere. E bisognerebbe chiedersi perché la sensibilità occidentale prevede che costoro vadano a vivere la loro miseria lontano dai nostri occhi. Io credo che il vero motivo di non volerli qua è questo: se muoiono di stenti nella loro terra cosa importa, ciò che conta è che non vengano a mostrarci con la miseria e la sofferenza il fallimento totale del sistema liberale.

  6. utente anonimo

    Tisbe, tu poni un problema che, prevedo, mi porterà in una posizione di stallo!
    Dunque: il liberalismo è certamente, dal punto di vista storico e culturale, un grande momento di vitalità intellettuale; impossibile non riconoscere alle idee liberali, l'essere state artefici di grandi trasformazioni politiche ed economiche. Ma è pur vero che il capitalismo è figlio, degenere sì, ma pur sempre figlio di quelle idee che ebbero il merito, sì, di distaccarci dalle condizioni feudali, ma di far degenerare il liberalismo politico in liberismo sfrenato e sempre più sfrenato!
    Talmente sfrenato (perché forse sempre più incapace di verve "politica", perché sempre più privo del binomio natura-cultura) da divenire disumano, contro l'uomo, ma a difesa di chi? a difesa di che? Insomma, il liberalismo ha, forse, determinato un'ubriacatura comatosa dell'esistere dell'uomo? Quale la via per "redimere" l'uomo? Quale la "cura" per salvare l'uomo? Il genio di Marx non ci pensò neppure di poter sconfiggere la "borghesia", utilizzando le "armi" che essa stessa aveva create! E, allora? Posizione di stallo? Forse no! Forse sì!
    Ma diceva … qualcuno: forza, costruiamo i ponti, mentre li percorriamo! … Il rischio? Lo scacco matto! La scommessa? La rinascita!
    gauche

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