MARIE

Era nativa del villaggio. La mamma, una vecchia, campava la vita vendendo nastri, filo, tabacco, sapone, tutto questo esposto, col per­messo dell’autorità, sopra un’assicella collocata in fuori di una delle due loro finestre; e ne cavava appena da sfamarsi. Era ammalata, aveva le gambe gonfie, e perciò stava sempre seduta davanti alla sua mercanzia. Marie aveva venti anni; era debole e scarna. Da un pezzo attaccata dalla tisi, andava però per le case, pigliando lavoro alla giornata, lavava i pa­vimenti, faceva il bucato, spazzava le scale, dava il mangime alle bestie. Un commesso viaggiatore francese, di passaggio, la sedusse, la portò via, e in capo ad una settimana se la svignò, piantandola sola e senza uno spicciolo. Marie riprese la via di casa, limosinando, ed arrivò lacera, in­zaccherata, con le scarpe rotte: aveva camminato una settimana intera, dormendo sull’erba, all’aperto ed aveva preso, s’intende, una forte in­freddatura. Le sanguinavano i piedi, aveva le mani gonfie e screpolate. Bella non era mai stata: solo gli occhi dolcissimi spiravano bontà e inno­cenza. Era terribilmente taciturna. Una volta, assai tempo prima, mentre lavorava, s’era messa un tratto a cantare, e tutti a ridere e a gridare: "Marie canta! Come mai! Marie canta!", e la poverina ne fu così mortifi­cata, che mai più in seguito aprì bocca. Allora, la guardavano ancora di buon occhio; ma quando tornò, ammalata, cenciosa, sanguinante, non ci fu uno, uno solo che di lei avesse pietà. Che cuori di pietra! e che idee barocche e disumane! La madre, per la prima, l’accolse con ira e di­sprezzo. "Tu mi hai disonorata!", le gridò sulla faccia. Quando si seppe che Marie era tornata, si fece a gara per vederla: quasi tutto intero il vil­laggio corse alla casupola della disgraziata: vecchi, fanciulli, donne, ra­gazze, una turba impaziente, avida, selvaggia. Marie giaceva ai piedi della vecchia, lacera, affamata, e piangeva. All’assalto della folla, si coprì coi capelli discinti, e stette così immobile con la faccia per terra. Tutti in­torno la guardavano come si guarda un verme schifoso: i vecchi la con­dannavano, le giovani la deridevano, le donne la vituperavano, tirandosi in là con ribrezzo. La vecchia mamma permetteva questo scempio, anzi lo approvava, crollando la testa canuta. Era già molto ammalata, stava più di là che di qua: due mesi dopo, infatti, morì. Sapeva di esser vicina alla morte, ma con la figlia non volle mai riconciliarsi. La mandava a dormire sulle scale, le lesinava perfino un boccone. Doveva spesso mettere le gambe enfiate nell’acqua tiepida, e Marie tutti i giorni gliele lavava e as­siduamente l’accudiva. La vecchia si pigliava le cure, e non c’era caso che le sfuggisse una parola affettuosa. Marie sopportava; ed io, in seguito, quando la conobbi, notai che essa per la prima, non che lamentarsi dei mali trattamenti e del disprezzo, si considerava come la più abbietta delle creature. Quando la vecchia si mise a letto per non alzarsi più, certe altre vecchie vennero ad assisterla: così usavano nel villaggio. Allora non ci fu più anima viva che pensasse a sostentar Marie. Tutti la scacciavano, nes­suno le dava più lavoro come una volta. Poco mancava che non le sputas­sero addosso. Gli uomini non la consideravano più come una donna, e la salutavano con parolacce. Qualche volta, di rado però, la domenica, gli ubriachi si divertivano a gettarle degli spiccioli, e Marie, in silenzio, si curvava e li raccattava. Fin da allora aveva cominciato a sputar sangue. Alla fine, la veste, già logora, si ridusse in brandelli, e la poveretta si ver­gognò di andare attorno quasi nuda. Fin dal ritorno era sempre andata scalza. Allora tutti quanti, e specialmente i ragazzi, una quarantina di sco­lari, presero a proverbi aria e perfino a gettarle del fango e delle lordure. Pregò un pastore che la mandasse a guardar le vacche, ma il pastore la scacciò. Se n’andò per conto suo al pascolo, senza permesso, tenne dietro alla mandra, e l’intera giornata la passava fuori, lontano. E poiché al pa­store questo faceva comodo, non fu più scacciata, anzi ebbe di tanto in tanto qualche rimasuglio di tavola, un po’ di formaggio e un tozzo di pane. Lui, il pastore, si figurava di compiere così un generoso atto di be­neficenza. Morta la madre, il curato non si peritò, in chiesa, di scagliare contro Marie una pubblica invettiva. Marie, più che mai cenciosa, stava accanto alla bara, e piangeva. Molta gente era accorsa per vedere come avrebbe pianto e poi seguito il feretro. Allora il curato, un prete ancora giovane, smanioso di diventare un gran predicatore, si volse alla gente raccolta, e col gesto indicò Marie. "Ecco chi fu cagione della morte di questa donna rispettabile" (e non era vero, perché da due anni la vecchia era ammalata), "eccola davanti a voi, che non osa voltarsi, poiché è se­gnata dal dito di Dio! eccola scalza e cenciosa: esempio a coloro che tor­cono il passo della virtù. E chi è costei?… è sua figlia!…" e via sullo stesso tono. E l’indegno linguaggio, figuratevi, andò a genio a quella spe­cie di pubblico… Ma qui… nacque una curiosa storia… I ragazzi interven­nero, perché già erano tutti dalla mia parte e avevano preso a voler bene a Marie…

Dostoevskij – L’idiota, ovvero il principe Myskin

2 commenti su “MARIE

  1. desiderio947

    Mi mancano le le letture di Dostoevskij. molto toccante questo brano. Mette in evidenza fino a che livello di abiezione può giungere l'animo umano; allo stesso tempo, lascia intravedere una possibilità di riscatto.
    Sempre molto significativi questi tuoi post che aprono degli scquarci sul significato delle relazioni umane.
    Ciao, buona giornata, Beppe

  2. Tisbe

    Io amo Dostoevskij, lo amo, lo amo…non è mai troppo tardi: leggilo! I suoi scritti trasudano umanità da tutti i pori … è sensibile come può esserlo solo un condannato a morte graziato davanti al plotone d'esecuzione…

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