Il fuoco che brucia l’anima

Ho pochissimi post e poca voglia di scrivere per via del caldo, così recupero qualche vecchio post. Questo risale all’aprile del 2005

…e così mi sono trovata davanti al camino spento. La temperatura non era particolarmente bassa, ma ho avuto voglia di accendere il fuoco, come non facevo da tempo. Così ho chiesto a mia madre se potevo farlo; e lei mi ha detto di sì. Le ho chiesto dove avrei potuto recuperare della legna e ho dovuto avventurarmi, per un pò, nella campagna. L’abbigliamento (nonostante i soliti, intramontabili jeans) non era di quello più consono, per il compleanno di mio fratello non avevo voluto rinunciare ai tacchi alti. Mi sono resa conto del piacere profondo che provo ogni volta che ho contatto con la terra, e nonostante tutto, ho scelto con cura il ceppo e  i rami, da quelli più doppi a quelli sottilissimi; mi sono caricata incurante dei danni che avrei potuto provocare ai miei abiti, e questo, di me, mi è piaciuto immensamente. Sono figlia della terra, le mie radici sono contadine e do importanza solo a ciò che non è superfluo: amo la vita! Ho acceso il fuoco con un solo fiammifero, e in quel momento ho compreso che me la sarei cavata sempre nella vita: in caso di difficoltà ho sempre qualche arma segreta nascosta nel profondo dei miei geni. So vivere in maniera spartana e le difficoltà reali mi stimolano. Sono rimasta ad osservare il fuoco che viveva di se stesso e ho provato a sentire il suo calore sulla mia persona; c’è solo un’altra cosa che procura un piacere maggiore: le fusa di un gatto. Credo che il calore di un camino e un bel gatto sulle ginocchia sia il massimo che la vita possa offrire. Non sono rimasta a lungo davanti al fuoco perché ci siamo spostanti nella sala più grande. Non c’era sufficiente posto per i trenta invitati nella saletta piccola. Mi sono rifiutata di mettere piede in cucina, ho lasciato fare alle altre donne. Io sono una solitaria, mi piace lavorare da sola e la confusione mi irrita. Le pietanze tipiche della cucina irpina e qualche leccornia dalla Germania. L’aglianico è scorso a fiumi, ma non è mancato il fiano per chi volesse il bianco. Auguri al nuovo Papa Ratzinger (visto che a tavola c’erano sei tedeschi e per giunta protestanti), l’inno nazionale tedesco, qualche canto popolare germanico e ovviamente "O sole mio". Una serata così spensierata non la vivevo da secoli. Lo ha ripetuto l’altro mio fratello, il tenentino di vascello: una festa così bella non la vedevamo da tempo. La mia famiglia, sparsa per il mondo, si riunisce in pochissime occasioni. Dovremmo farlo più spesso, è stato il mio suggerimento. Poi tutto è tornato normale…le note della chitarra di mio cugino si sono disperse nel tempo…e i fantasmi si sono affollati nella mia mente…quel senso di vuoto che mi stringe il petto è ritornato a farsi vivo…quell’unione recuperata col tutto si è dileguata e sono rimasta sola a leggere la mia immagine riflessa in uno specchio che non riesco più a trovare.

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