Prima lezione d’amore: imparare a stare soli

Quando voi siete soli, in realtà non siete soli: vi sentite soli, ed esiste una differenza fondamentale tra l’essere soli e il sentirsi soli. Quando vi sentite soli, pensate all’altro, vi manca l’altro. Sentirsi soli è uno stato negativo. Sentite che sarebbe meglio se ci fosse la’ltro: l’amico, la moglie, la madre, l’amato, il marito. Sarebbe meglio se ci fosse l’altro, ma l’altro non c’è. Sentirsi soli è l’assenza dell’altro. Essere soli è la presenza di se stessi; essere soli è estremamente positivo. E’ una presenza, una presenza traboccante. Sei così colmo di presenza che puoi riempire l’intero universo e non hai bisogno di nessuno. […] Colui che ama la sua solitudine è in grado di amare e colui che si sente solo è incapace di amore. Colui che è felice con se stesso, è colmo d’amore, fluisce con l’amore; non ha bisogno dell’amore di nessuno, quindi sa dare amore. Se tu stesso hai bisogno, come puoi dare? Sei un mendicante. E allorché sei in grado di dare, un’infinità d’amore ti verrà incontro. E’ una risposta naturale alla situazione. La prima lezione d’amore è imparare come stare soli.

37 commenti su “Prima lezione d’amore: imparare a stare soli

  1. utente anonimo

    Un uomo in compagnia di se stesso è sempre in pessima compagnia!

    Luca

    …continuava a urlare: – non ti sopporto più! Non posso distruggere la mia vita con te intorno! –
    – Ah! Ma bene! Tu ti lamenti! Ed io allora? Io che sono costretto a sopportarmi ogni giorno da quando sono nato, cosa dovrei dire secondo te? –

    Nuda è la schiena di chi non ha fratelli…

    Era lì in mezzo a tutta quella gente e, come ogni volta, non vedeva l'ora di andarsene al più presto, di tornare nella sua comoda tana: solo in mezzo agli altri si ricordava che era solo.

  2. utente anonimo

    Era sempre stato solo.
    Quando era piccolo aveva il suo amico immaginario.
    Lui ci parlava tutti i pomeriggi fino all'ora di dormire.
    Erano pomeriggi troppo lunghi per non condividerli con qualcuno.
    Ma i tempi cambiano.
    – Accendiamo il pc – pensò.
    Ora cercava di ammazzare la solitudine a colpi di mouse o premendo tasti con dita nervose, come fossero grilletti di mitragliatori-
    – cliclaclacliaclotitaclattiataclo.. – era il linguaggio delle dita che si abbattevano su quella dannata tastiera con un linguaggio in codice che poi appariva tradotto sullo schermo.
    A volte ne traeva un'euforia sufficiente per dimenticarsi per un po' di quell'angoscia che lo consumava dentro, soprattutto quando era circondato dal silenzio.
    Si circondava di musica e di parole dette da altri, o meglio, si contentava anche di parole dette da altri. A lui servivano parole e suoni per costruirsi la barriera, il suo cerchio magico dentro il quale sentirsi sicuro dagli assalti della solitudine maledetta.
    – Dio Santo! Cosa è questa roba! Perchè non posso stare solo come tutti gli altri? –
    Ci aveva provato a capire.
    Aveva provato perfino a convincersi delle parole di altri.
    "Non sono mai solo davvero! Ci sono io! Ci sarà la mia presenza! Basterà imparare ad amarsi. Amerò il mondo!"
    Beh, ma era proprio questo che lo rattristava fino a spaventarlo a morte!
    Non avere la diversità.
    Avere e, quel che peggio, contentarsi di sè.
    "Amare sè stesso è una cosa che si fa da bambini poi dovremmo crescere… " pensava.
    Pensava a Madre Teresa di Calcutta.
    Con una punta di invidia, ma poi era tutta ammirazione.
    Lei si che aveva capito tutto!
    Sconfiggere il sè, l'amore per sè che ci portiamo dentro fin da piccoli, quello che toglie l'amore per gli altri, la riserva eterna dell'egoismo.
    Era quella la strada.
    Ciò di cui aveva paura era l'aridità del cuore di chi si convinceva di poter amare gli altri amando se stesso.
    Non sarebbe successo ora.

    Gabriele

  3. utente anonimo

    E' proprio come dici tu. Ma ti sei mai chiesta perchè l'uomo non riesce a stare da solo? Perchè l'uomo non ama restare da solo? Forse perchè l'uomo non riesce più a fare silenzio. E' il silenzio che spaventa, più che la solitudine. Facci caso e chiediti il perchè. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensi.

  4. utente anonimo

    Il racconto non è autobiografico, venisse la tentazione di commentare in quel senso.
    Si dimentica che l'uomo è, contrariamente alla maggior parte degli altri, un animale sociale.
    La compagnia di se stessi quindi va bene per pochi (la natura prevede sempre le eccezioni e le diversità nella sua magnifica grandezza e fantasia) ma la maggior parte scopriranno amaramente che la solitudine non li realizzerà mai appieno e che sentiranno la mancanza di qualcosa che è l'aspetto sociale di cui l'uomo è il miglior portatore (sano ed insano) nel mondo.
    Ciò non toglie che chi è costretto alla solitudine fa benissimo a cercare il miglior rapporto possibile con se stesso (esattamente come quando non è solo però). Fa meno bene di fare necessità virtù spingendosi al ragionamento della volpe e dell'uva acerba…
    prima o poi le paga soluzioni di comodo così.

    Gabriele

  5. utente anonimo

    Gabriele, l'uomo non è più parte del tutto, ma suo nemico.
    Così si sente solo facilmente.ò
    Sentirsi parte del tutto all'inizio crea smarrimento e paura, ma poi si mette di nuovo a fuoco ogni cosa e con una visione completamente diversa in cui il proprio posto così piccolo nel tutto acquista un grande significato.
    D'altra parte è così che di solito comincia tutto: dall'infinitamente piccolo!
    Luca

  6. Tisbe

    Comunque a parte gli scherzi, siete mooooooooooooooolto divertenti
    @Sandro, ti dirò presto cosa penso 😉
    @tuttominuscolo, capisco…

  7. utente anonimo

    er mahico, io parlavo per me, infatti!
    Ma non sono parole mie.

    Nemmeno queste:
    La voce della vita in me non può raggiungere l'orecchio della vita in te; parliamoci, tuttavia: per non sentirci soli (Kahlil Gibran)

    Luca

  8. utente anonimo

    più che la solitudine vera, per me è importante il silenzio, avere spazi di solitudine anche lunghi, dove "oziare"
    laura

  9. utente anonimo

    ho già votato. Aggregherò appena faccio ordine e creo qualcosa di originale. Aspetto qualche evento

  10. peppegar

    OK! OK! E' importante saper stare anche da soli, ma non è che facendo così impari ad amare. A parte il concetto che l'uomo è un animale sociale, a parte questo. Teniamo presente una cosa (e questo lo direbbe anche osho): quello che sta dentro sta anche fuori. Il dentro e il fuori sono uguali.
    Se io provo sentimento per una donna è perchè riesco a provare sentimento per quella parte femminile che è dentro di me e viceversa. Se io odio te è perchè porto l'odio dentro di me e viceversa. Se amo gli animali è perchè amo la parte animale che è in me. Quindi, sintetizzando, aggiungerei al concetto di dipendenza e di indipendenza (affettiva e non) il terzo: l'interdipendenza…quindi, solitudine o non solitudine? tutt'e due.

  11. utente anonimo

    Non era mia intenzione polemizzare il tuo punto di vista, anzi, lo condivido in gran parte.
    Volevo solo introdurre lo stimolo per guardare l'aspetto dell'essere soli da un punto di vista diverso.
    Spesso è utile ribaltare i concetti anche solo per rafforzare l'originale o per ampliarlo, non solo per distruggerlo.
    Per esempio, è comunemente accettato che stare bene con se stessi permette di stare meglio con gli altri e che amare se stessi permette di amare gli altri.
    Però capita anche che amando gli altri si trovi la via per amare se stessi e che stando bene con gli altri si stia meglio anche con se stessi. Ci si può colmare di amore amando gli altri e quell'amore di cui si è colmi resta e riempie il sè.
    Anche perchè non è improbabile che il troppo amore per sè non vada a scapito della capacità di amare gli altri.
    Ed è anche vero che si può rischiare una dipendenza dallo stare bene con gli altri e quindi vivere i momenti da solo come un intervallo, un'attesa del prossimo momento di stare con gli altri e non pienamente con se stessi. Ma è anche vero che pure lo stare solo può dare dipendenza e il troppo stare soli può rendere sempre più difficile poi armonizzarsi con gli altri fino a diventarne incapaci riducendo progressivamente quelle occasioni.
    L'uomo è solo davanti alle grandi domande (da dove viene, perchè c'è, dove andrà, cosa resterà…) e l'unica via per supplire alla mancanza di certezze, di risposte oggettive è quella di costruirsi sovrastrutture (ideologie, religioni..)che gli permettano di esistere nel modo migliore possibile o almeno che lo faccia soffrire meno e che non lo lasci abbandonato al vuoto ed al bisogno di esistere e non sentirsi più solo. Così sceglie (o ritiene di farlo) come pregare, parlare, vestirsi o farsi tatuaggi o mettersi piercing. E' il bisogno di esistere da provare agli altri, nel cui riflesso vedere la propria esistenza tramite l'appartenenza in qualcosa. Così si costruisce una personalità, cercando un suo posto nel mondo e indossando la maschera della timidezza o della prepotenza, della socialità o dell'essere divertente e così via.
    Anche quando amiamo in realtà usiamo la maschera che ci siamo dati e che abbiamo perfezionato vivendo. Così due persone che si amano e cercano di conoscersi per costruire un rapporto in realtà cercano di conoscere le rispettive maschere (fatte di desideri, aspettative ecc) che non necessariamente quindi sono la vera propria natura, ma una corazza creata per non soffrire (per esempio la solitudine). L'identificazione in un qualcosa (anche l'illusione che si sta bene da soli) fortifica l'ego dandogli illusorie sicurezze che possono crollare al primo incidente.
    Siccome di solito l'uomo tende a colmare i propri vuoti (a partire da quello esistenziale, alle domande senza risposta che dicevo) con via via altri bisogni, altri "vuoti" da riempire, sarebbe forse giusto tentare una ricerca della propria natura vera, una ricerca del sè. Probabilmente saranno pochi quelli capaci di disfarsi di tutte le maschere e comunque di esprimere davvero il sè, ma si può arrivare se non altro a distinguere meglio la finzione dalla realtà.
    E non escluderei che la realtà sia l'attitudine a non restare solo.
    D'altra parte il termine stesso "solitudine" denuncia un' "assenza" più che una presenza, richiama una "separazione" più che una completezza.
    Le parole chiave di solitudine sono separazione (quindi il bisogno di ricongiungimento, la privazione di una parte) e partorire, parto. Per questo la psicologia riconosce nella solitudine il rimando all'emozione della separazione da uno stato di sicurezza e beatitudine (quella nel grembo da cui si viene separati dal parto), alla senzazione della perdita di un tutto a cui si era congiunti e incosciamente vorremmo ricongiungerci. E questa sensazione sgradevole accade poi anche crescendo perdendo un amore, un parente, un lutto, una separazione quindi che ci fanno sentire soli (e che cerchiamo di compensare al più presto).
    Sono scettico perciò sulla fattibilità, o meglio, sulla reale facilità di mettere in pratica lo stare bene con se stessi, da soli portandoci dietro questo bagaglio e questo bisogno primordiale.
    Ciò nonostante ci si può preparare ad affrontare la solitudine nel modo migliore, meno sofferente. Magari dicendoci che stiamo bene da soli…

    sono solo spunti stimolati da un tag interessantissimo tra l'altro, non polemiche, sia chiaro.

    Gabriele

  12. IdiotaGlobale

    molto buono il richiamo all'interdipendenza ma un pò retirico il sillogismo che lo introduce, secondo me

    dipendenza ed indipendenza sono cose diverse da solitudine, mancanza, ecc

    comunque per una volta io non sono d'accordo con te Tisbe

    quello che dici e come lo dici mi richiama alla mancanza ed alla pienezza, al dare ed all'avere, al riempire ed al togliere (non a caso nel "vaso di pandora" usi il termine traboccare)

    io preferisco pensare ad un meccanismo di incontro di bisogni profondi che genera trasformazione, movimento contenuto nell'intimità della fiducia

  13. Tisbe

    @IdiotaGlobale, non è indispensabile essere sempre d'accordo con me 😉 Cmq capisco il tuo punto di vista
    @Gabriele, i "termini" sono creati dagli esseri umani e hanno il significato che gli viene attribuito 😉
    @peppegar, imparare a stare bene da solo è il primo passo per poter donare amore agli altri. Non ho fatto l'apologia della solitudine…
    @ boris, aspettiamo! 🙂
    @Morgan, Certo, si può essere soli e sentirsi soli contemporaneamente
    @Italo Pensatoio, lo immaginavo caro filosofo!
    @Giuseppe T., nooo prof. no! preferisco MAESTRA 😉 (scherzo ovviamente)

  14. peppegar

    è difficile dire se è nato prima l'uovo o la gallina.
    Volevo dire che potrebbe essere il contrario: dopo che hai imparato ad amare gli altri etc. potrai riuscire a stare bene da solo/a perchè hai assimilito bene l'esterno.
    Cm l'ideale è costruire tutte due cose insieme, che poi ogni tanto amplifichi l'uno o l'altro.
    Kiss

  15. utente anonimo

    Condivido i commenti di Peppegar.
    Avere dubbi e porsi delle domande, magari rovesciando il punto di vista è senz'altro sinonimo di intelligenza vivace.

    Gabriele

  16. Gianin

    Verissimo, io sto molto bene anche quando sono sola. Anzi a volte ne sento l'esigenza per ricaricarmi. Un abbraccio e complimenti per questa magnifica lezione di vita. Gio

  17. Tisbe

    @Gianin, Grazie a te per essere passata 🙂
    @ peppegar, io credo che bisogn partire sempre da se stessi. Se non si è capace di amare se stessi come si può pensare di amare gli altri?

  18. peppegar

    ok! insisto nel dire che: non deve essere necessariamente quello il punto di partenza. Sono d'accordo con te. Io mi riferisco al punto di partenza. Budda ebbe l'illuminazione dopo aver mangiato abbondantemente. Precedentemente aveva condotto una vita ascetica, digiuno etc. Dopo una bella abbuffata capì che la verità stava… nella via di mezzo, l'abbandono della dualità.

  19. solaria

    ma queste lezioni d'amore sono il frutto delle tue riflessioni (nel qual caso complimenti) o l'hai riprese da qualche libro di sociologia dei sentimenti?

  20. utente anonimo

    Tisbe, dici giustamente: – Se non si è capace di amare se stessi come si può pensare di amare gli altri? –

    Ti rispondo rilanciandoti la domanda:
    come si può pensare di amare se stessi senza essere capaci di amare gli altri?

    Quindi potrei stravolgere il discorso dicendo che potremmo cominciare ad amare prima gli altri: avremo così facendo un buon motivo per amare noi stessi.

    In fondo noi partiamo già amando noi stessi, dalla nascita, dalla richiesta di attenzione totale che chiediamo alla madre per esempio, senza dare nulla in cambio (volontariamente), una semplice pretesa di amore perchè amiamo solo noi stessi e non ci mettiamo scrupoli nel farlo senza dare nulla in cambio perchè dalla nascita è l'egocentrismo, noi siamo al centro dell'universo e noi chiediamo senza dare, egoisticamente (e per spirito di sopravvivenza) per l'unico amore che conosciamo che è quello per noi stessi. Poi, pian piano impariamo l'amore per gli altri, con il percorso utilitaristico e di tornaconto, poi della gratitudine, dell'affetto.
    Insomma, crescere non significa imparare ad amare gli altri senza smettere per questo di amare noi stessi ma liberando quell'amore dall'egoismo?
    In un certo senso, non è l'amore per gli altri l'evoluzione dell'amore che abbiamo (già, innato) per noi stessi?
    E non passa nel riconoscimento, maturando, che gli altri sono come te, soffrono come te, vivono come te? Non è per questo che quando aiutamo qualcun altro abbiamo dentro la gioia, la gratificazione che dimostra che abbiamo aiutato anche noi stessi facendolo?
    Quindi potrebbe essere quello che dico? Cominciamo ad amare gli altri ed avremo così buoni motivi per amarci….
    Senza il pericolo che l'amore sia il vestito dell'egoismo tra l'altro.
    O no?

    Luca

  21. Tisbe

    @Solaria, Sono di Osho, ma potrei tranquillamente averle scritte io…
    Se ti interessa puoi trovarle nel volume "La disciplina della trascendenza"

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