La storia vera di un uomo perseguitato dalla giustizia

Aveva sedici anni, mio nonno, quando fu chiamato al fronte. Era la guerra 15/18, e lui, poco più che bambino aveva il dovere di difendere i confini della sua patria. Il dovere! Sempre il dovere. Da quel pantano immondo della Prima Guerra Mondiale, mio nonno tornò vivo, ma la guerra non è un’esperienza che si dimentica. Aveva 19 anni quando un altro evento cambiò tragicamente e radicalmente la sua vita. All’epoca dei fatti i matrimoni erano ancora combinati dalle famiglie. La sorella di mio nonno aveva un’amica benestante che si era innamorata di un ragazzo non all’altezza dei suoi natali. I genitori di lei erano contrari al matrimonio tra i due giovani. A quei tempi esisteva una scappatoia per costringere i genitori ad accettare un matrimonio: la fujtina, ma la ragazza non voleva sentirne parlare perché temeva di perdere la stima paterna. Così avanzò una proposta che, vigliaccamente, la metteva al riparo da ogni responsabilità. Chiese al fidanzato clandestino di inscenare un rapimento. Lei avrebbe facilitato il ratto, essendo intimanete consensiente. A quel punto il padre avrebbe dovuto acconsentire al matrimonio riparatore, per evitare lo scandalo, ed evitare che sua figlia rimanesse zitella. Il fidanzato cominciò a costituire un gruppo per inscenare il rapimento e renderlo quantomeno verosimile. La sorella di mio nonno, amica della fidanzata clandestina,  gli chiese  il favore di entrare a far parte del gruppo di finti rapitori.  E mio nonno accettò. Il gruppo di giovanotti mise in atto il piano, ma qualcosa andò storto. Il padre della ragazza reagì con forza nel tentativo di difendere l’onore della figlia, e rimase ucciso. Non conosco bene la dinamica dei fatti perché mio nonno non amava parlare di questo episodio. La storia, infatti, mi è stata raccontata da mia nonna. Mio nonno, a soli 19 anni, fu arrestato e condannato per concorso in omicidio. Uscì di galera all’età di 33 anni. Sua sorella, nel frattempo emigrata in America, rosa dai rimorsi, regalò a mio nonno la sua parte di eredità. Ma un pezzo di terra vale la vita di un uomo? Ancora oggi quella terra noi la chiamiamo la terra "re ziè pippinella". Il prezzo che mio nonno aveva pagato alla società per una sua leggerezza di gioventù, non era stato sufficiente. La società esigeva il suo estremo sacrificio. Non l’avrebbero mai lasciato vivere in pace perché un uomo con una macchia è qualcuno che costantemente ci ricorda le nostre macchie interiori più indicibili. Qualsiasi cosa accadesse, nella piccola comunità, era sempre colpa di mio nonno. I carabinieri perquisivano spesso la sua umilissima dimora, dove io sono vissuta per 14 anni. Non l’hanno mai lasciato in pace, perché questa è una società incapace di recuperare. E’ una società incapace di credere in se stessa, che periodicamente immola il suo capro espiatorio sull’altare dei suoi fallimenti.

Perché ho raccontato questa storia? Per rendere giustizia a mio nonno, ora che è lontano e cavalca senza limiti il suo sogno di libertà.

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21 commenti su “La storia vera di un uomo perseguitato dalla giustizia

  1. utente anonimo

    ogni volta che leggo qualcosa di te e della tua famiglia, mi accorgo che avete avuto una vita molto piena, densa di avvenimenti che mettono molto alla prova la persona.

    Un abbraccio

    laura

  2. WebLogin

    E’ vero, “la nostra società è incapace di recuperare” 🙁

    Tisbe, anche mio nonno oltre ad avere fatto la prima guerra mondiale ha vissuto una vicenda simile a quella di tuo nonno, ma non sarei capace di raccontarla come hai fatto tu, sei davvero molto brava.

    Ciao mitica, un abbraccio

    Giuseppe

  3. utente anonimo

    Che storia tristissima. Sicuramente anche la tua vita è stata “emotivamente” dura, impegnativa…

    So che non sai come sono andati i fatti realmente ma… hai detto che la sorella aveva rimorsi. Ma tuo nonno e la complice della fujtina con rapimento… lo avevano questo rimorso? Quello dei matrimoni combinati, di società chiuse (molto simili alle comunità tribali) è una realtà che ho conosciuto anche io dai racconti di famiglia.

    Veramente triste ripensare a quell’ambiente.

    Mio padre e mia madre avevano i rispettivi genitori che si odiavano tra loro, ma erano uniti in un intento crudele: impedire che i miei si sposassero ad ogni costo, con ogni mezzo, rinunciando anche all’umano legame che dovrebbe legare figli e genitori.

    Non ci riuscirono però, perchè per quanto terribili furono le cattiverie messe in atto, l’amore di mio padre e mia madre erano troppo forti.

    Mia madre lavorava e terminava gli studi al tempo stesso (purtroppo precludendosi l’università sia per l’intenzione di sposarsi sia perchè “non sta bene che una donna studi tanto, visto che deve imparare ad essere una brava moglie, stare in casa ecc..) risparmiando ogni lira, mio padre invece dovette interrompere l’università (mancavano pochissimi esami ed il tirocinio) e emigrò in Germania per mettere ogni lira da parte, rinunciando anch’egli a tutto (se non a scrivere lettere a mia madre, che ricambiava). Così, appena mia madre fu maggiorenne, presero tutti i soldi che avevano risparmiato e si sposarono. Ed invitarono i rispettivi genitori (che si odiavano prima tra loro, ma che ora momentaneamente erano amici con l’intento di impedire matrimonio o almeno che fossero felici). Mia madre visse malissimo ogni istante prima del sì, perchè ogni minuto si aspettava qualche trucco, dispetto, inganno sleale che facesse saltare tutto. Poi gli occhi di mio padre, felice come un bambino la rassicurarno sul fatto che niente avrebbe potuto impedirlo.

    La vendetta dei genitori di entrambi fu spietata. Gli tolsero tutto, ma veramente tutto, anche la casa, il cibo per vivere.

    I miei vivevano cercando lavoro, di elemosina, di offerte (a volte mia madre era costretta a dormire dalle suore, mio padre in convento perchè nemmeno un tetto).

    Quando sono nato io, i miei vivevano in un auto scassata (una bianchina usata col portellone dietro): io ero riscaldato da loro, loro al freddo (soprattutto mio padre).

    Si tolsero il cibo per nutrirmi, fecero la fame (a volte mia madre non mangiava, mio padre a volte riusciva a farlo solo ogni 3 giorni) e nel frattempo si spostavano in questa bianchina scassata cercando un lavoro. I genitori di entrambi gioivano di questo, senza pietà, anzi, impietosamente infierendo nell’umiliazione più schifosa, soprattutto i genitori di mio padre. Raramente una sorella di mio padre riusciva a portare un po’ di latte per me, di nascosto, rubandolo in casa.

    Poi riuscirono a trovare un lavoro, prima mia madre, poi mio padre e faticosamente uscirono dalla disperazione e dalla fame più nera, in cui l’unico coraggio era l’amore talmente forte da riuscire pure a ridere (per nn piangere) di se stessi, dei genitori, prendendoli in giro per i loro difetti, caricaturizzandoli (in modo quasi simpatico, cosa che non riuscirei certo a fare io..simpatico? ODIO PURO ALTRO CHE simpatica ironia..).

    Erano, a loro modo, ingenui.

    Riuscivano ad odiare un po’ i genitori dell’altro, ma non i propri, non del tutto, perchè comunque, per quando vigliacchi e schifosi “erano genitori” (per me concetto che non arriverebbe mai a tanto..).

    Piano piano la fame, la miseria nera finì.

    I miei genitori mi hanno insegnato non volendo, a non odiare con ferocia, con il loro essere così.

    I miei nonni invece… i genitori di mia madre si pentirono (in realtà la madre di mia madre non l’ho mai conosciuta perchè è morta quando mia madre era ragazza, era una “nonnigna”) e rinunciarono alla vendetta, quelli di mio padre affatto e trasmisero tutto il loro odio su di me, insegnandomi tutto il peggio della scala emotiva umana: odio feroce, autocompassione, cinismo e quant’altro. Oggi sono figlio di tutte queste cose ed in parte tutte queste cose mi appartengono.

    Non odio, ma non posso perdonare. Non auguro più vendetta, ma nemmeno posso ricostruire un rapporto annientato, c’è quasi indifferenza. Ho sofferto molto, molto di più ogni volta che ho perso un cane ed un gatto randagio che nella mia vita, dopo la miseria nera, i miei genitori hanno sempre accolto in casa (se pur senza riscaldamento o luce e con poco cibo all’inizio per tutti). Le prime volte mi sentivo in colpa… che mostro ero a soffrire per un gatto e non provare nulla alla morte di mio nonno, per esempio? Poi ho imparato a perdonarmi, a capire che quei gatti, quei cani randagi, ognuno di loro, meritava emozioni mie, non certi uomini. Loro mi avevano dato qualcosa di buono (a volte anche la loro debolezza, la loro sfiga da correggere, la possibilità di cambiare le cose, di fare un po’ di giustizia, di regalarla), non gli altri per cui sono diventato insensibile.

    Lo so, non è cristiano tutto ciò.

    Ma spero sia più umano di certi umani.

    Erano tempi terribili, sembra di raccontare storie di due secoli fa.

    Storie tribali senza cuore per questioni di puntiglio, di onore, di orgoglio, ..macchè, erano di pura crudeltà e stupidità, oggi questo lo so.

    Per questo la storia di tuo nonno mi ha riacceso una tristezza interiore, mi ha tirato fuori qualcosa dentro, seppellita.

    E’ una storia triste.

    Anche io ho voluto rendere giustizia forse, raccontando.

    Ciao.

    Alieno

  4. utente anonimo

    Per non essere frainteso: mia madre avrebbe voluto fare l'università, a dire che "nn sta bene per una donna" erano valori sociali diffusi del momento e di suo padre che si scandalizzo anche quando prese la patente (è da donnaccia). Poi nn fu più possibile ed ha questo rimpianto.
    Mio padre idem, avrebbe voluto finire l'università, ma gli fu impedito con ogni mezzo con il ragionamento: "se vuoi decidere da solo, di sposarti senza ns. consenso, allora ti arrangi in tutto e qui le porte sono chiuse".
    Anch'egli ha rimpianto finchè ha vissuto, ma meno di mia madre, perchè lui voleva, alla fin fine, solo essere felice e far felice la sua famiglia.
    Che schifo quei tempi.
    A chi dice cose tipo "eh, non sono più i (bei) tempi di una volta", beh, io ce lo spedirei subito in quei fottuti tempi, non prima di avergli sputato in faccia però.
    Alieno

  5. utente anonimo

    Cara Tisbe,
    sono capitato per caso nel tuo blog, e ho letto qualcuno degli articoli che hai pubblicato. Possiedi un dono prezioso: con le tue parole riesci a rendere unica qualsiasi cosa tu scriva. Un pò come un giardiniere che riesca a tramutare in un bel giardino, grazie alla sua cura e capacita', qualsiasi terreno altrimenti incolto, arido, improduttivo e dimenticato. Sii fiera del tuo dono. Usalo con intelligenza. Anche se avere cuore e cervello insieme può essere in alcuni momenti difficile da sopportare, non credo davvero faresti mai cambio con un'esistenza mediocre ma tranquilla, priva di dubbi e interrogativi. Ergo scrivi. Io finchè potrò tornerò a leggerti. Un saluto da Marco

  6. utente anonimo

    proprio come Sivio Berlusconi…..perseguitato dalla giustizia.
    Ma….a mio avviso, non è corretto scrivere, perseguitato dalla giustizia…..La giustizia come soggetto non può perseguitare…..
    Forse è meglio dire persguitato da chi è comandato a fare giustizia.
    Giusto o sbagliato?????

  7. utente anonimo

    Altri tempi e altra gente…
    Purtroppo in una piccola comunità l'eticchetta che ti viene data non te la scolli più di dosso e questo accade tutt'ora…
    Io avevo uno zio di mia madre che ha fatto la "fujitina"… Da noi si chiama: "rubbà donne"… Ha avuto sempre la moglie contro, ma fortunatamente non è stato perseguitato da nessunno (a parte la moglie)…

    Lupo sordo

  8. antares666

    Carissima Tisbe, vengo a portarti un po' di conforto, spero di riuscirci. Sono sempre basito leggendo di simili atroci ingiustizie, anche se so nel midollo che la vita è una cosa orrenda, intrisa di iniquità in ogni suo dettaglio.
    Un fortissimo abbraccio

    P.S.
    I carabinieri hanno una storia terribile. Erano impiegati nella prima guerra mondiale per decimare i battaglioni, al punto che spesso un soldato aveva solo due alternative: la baionetta del nemico nel petto o le pallottole dei carabinieri nella schiena. Oggi nessuno sembra più ricordare Bava Beccaris che diede ordine di sparare sulla folla inerme che chiedeva pane, e neppure l'uccisione di Davide Lazzeretti, il Profeta del Monte Amiata, sempre ad opera dei carabinieri, che lo freddarono durante una manifestazione pacifica. E' gente che per decenni è stata abituata a sparare nella schiena dei deboli. Si capisce bene il marchio di infamia che grava sull'arma.

  9. Tisbe

    @lieno, ho letto la tua storia. Nella sua tristezza è intrista di intima bellezza quella che solo i sentimenti possano forgiare. Sii contento per essere figlio dell'AMORE

  10. utente anonimo

    Tisbe: grazie! 🙂

    Antares666: il tuo P.S. mi ha ricordato subito un vecchio film che adoro, "Uomini Contro", purtroppo introvabile in dvd, ispirato in buona parte dal romanzo "Un anno sull'altipiano" di Lussu. Il messaggio del film è chiaramente contro la guerra, contro l'autoritarismo ed in fondo persegue l'ideale utopistico dell'internazional-socialismo che unisce tutti i popoli alla base della piramide sociale, gli sfruttati, comandati dall'alto dai capricci più stupidi di chi le guerre le fa a tavolino, sulla pelle degli altri, senza pietà, essendo al vertice della piramide appunto.
    Però quel marchio di infamia che dici sui Cc altro non è che il riflesso dell'infamia della storia nostro Paese, dei governi. I Cc altro non erano che l'arma fedele (anzi, "fedelissima") di chi aveva il potere al momento, fedeli allo Stato insomma. Ma anche sempre in mezzo alla gente, alla popolazione civile poi. A parte questa fedeltà discutibile allo Stato ad ogni costo (ma era lo Stato ad essere discutibile), ciò che rappresenta subito dopo i Cc è essere in mezzo alla gente, per la gente, sacrificando la propria vita per la protezione della popolazione civile, a qualunque costo. Cioè, anche i Cc hanno fatto un loro percorso di cambiamento. E si vede più chiaramente quando lo Stato si assenta, come già accadde nello sbandamento generale sul finire della 2a guerra.
    Oltre ai singoli episodi di valore civile che resteranno anonimi, ti ricordo i caduti di Cefalonia (http://www.assocarabinieri.it/rivista/nov0403.htm) e anche la storia di Salvo D'Acquisto, medaglia d'oro e simbolo dello spirito dei Cc oggi, medaglia al valore così descritto (non senza retorica lo so, ma la storia resta quella lì): «Esempio luminoso di altruismo, spinto fino alla suprema rinunzia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, erano stati condotti dalle orde naziste 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, non esitava a dichiararsi unico responsabile d'un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così da solo, impavido, la morte imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell'Arma». Sul rispetto dei suoi stessi carnefici ho forti dubbi… mah! Sicuramente merita il rispetto di quei 22 innocenti e di tutti gli anti nazifascisti come me.
    Se infamia ci fu (e le fucilazioni che dici lo sono purtroppo), fu della nostra nazione, dei nostri governi e in più occasioni.
    Non a caso, il cambiamento non è solo dei Cc nella storia, anche l'Italia cerca di rifarsi la faccia dopo le (dis)avventure del colonialismo, del fascismo, di luoghi comuni spesso fasulli e più comodi (tipo: "italiani, brava gente") con i quali non si può campare di rendita. Farsi interlocutore primo dell'abolizione della pena di morte presso l'Onu è un'ottima cosa in questo percorso di cambiamento della nostra immagine. Le missioni di pace dovrebbero essere altrettante occasioni di "purificazione" dal nostro passato, la grande vocazione umanitaria del volontariato e delle società no-profit anche, ma già lì il discorso diventa più controverso, complicato.
    Perchè quando c'è la politica di mezzo è facile che la genuinità di intenti finisca per corrompersi, purtroppo, il torbido arriva ovunque.
    In un passato recentissimo (italiani brava gente, sissì) siamo stati capaci di spedire aiuti umanitari, cibo e medicine scaduti! Facendone un business! Fu uno scandalo che forse si ricordano in pochi con le priorità internazionali che ci sono oggi.
    A volte, più che la politica, sono le persone che fanno la differenza.
    Alieno

  11. Galdo

    E' una società incapace di credere in se stessa, che periodicamente immola il suo capro espiatorio sull'altare dei suoi fallimenti.

    Quanto sono vere queste parole.

    Grazie Tisbe

  12. weisswolf

    Sono capitata qui "per caso", e ho letto qualche tuo post…
    Così ti chiedo una cortesia, puoi pubblicare sul tuo blog i link di queste due associazioni?

    http://associazionelurloaq.blogspot.com/

    http://www.iosocarmela.net/

    insieme stanno facendo raccogliendo firme per una petizione Controlliamo i Controllori
    perchè urge un cambiamento nelle leggi attuali che danno strapotere alle assistenti sociali a danno di famiglie fiduciose e bisognose di sostegno.

    Ti lascio anche un link per sapere quello che viene fatto in Comunità "Terapeutiche" …c'è bisogno dell'aiuto di TUTTI.

    http://parma.repubblica.it/dettaglio/Psicofarmaci-per-punizione-Indagini-sul-centro-di-recupero/1486549?edizione=EdRegionale

    Grazie per il Tuo.

  13. utente anonimo

    Ho urlato così forte da non avere più voce. Il vero problema del nostro paese è il suo popolo, la disinformazione ed i programmi demenziali decisi da questo governo-setta.Tvb cara Tisbe ma preferisco avere poche parole come sempre. La tua amica

  14. utente anonimo

    che schifo ma in che tempi vivevano queste persone nel medioevo si volena sposare che c era di male idioti

  15. utente anonimo

    che schifo quei tempi erano gente bigotta che non pensava alla felicita dei figli pensava solo a quello diceva la gente imbecilli meno male che quei tempi sono finiti

  16. utente anonimo

    Cara Tisbe, sono arrivato qui per caso, ho letto la storia e  ne sono rimasto molto colpito. Sono d'accordo con te sulle considerazioni finali, e in più ti faccio i complimenti per come hai descritto l'accaduto.

    Ti auguro tanta felicità e ti mando un bacione

    Walter

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