Blog contro ogni forma di razzismo!

No_razzismoIl clima venutosi a creare in Italia è sempre più irrespirabile. Le forze conservatrici stanno attuando una involuzione culturale e sociale che sta portando il Paese verso derive fasciste, illiberali e razziste. Basta osservare la caccia alle streghe contro gli stranieri, le aggressioni squadriste contro compagne/i e ragazze/i, la discriminazione contro gli omosessuali, il bavaglio imposto a giornalisti “scomodi”, ecc… Di episodi ultimamente ce ne sono stati molti. Troppi. Dall’uccisione di Nicola al raid al Pigneto a Roma. La notizia riguardante le aggressioni fasciste alla Sapienza di Roma è quindi solo l’ultima di una lunga serie di accadimenti violenti, di cui la matrice fascista è la drammatica costante. Tutto questo é inaccettabile per chiunque ha a cuore la libertà, l’eguaglianza e la tolleranza. Perciò abbiamo deciso di indire peril 2 giugno una giornata di lotta contro l’intolleranza: ogni blog che si riconosce nei valori elencati parteciperà esponendo sul suo blog il logo speciale che vedete in questo articolo per dimostrare la sua volontà di non cedere all’avanzata dell’intolleranza che ha investito questo paese.
L’invito a chi legge è quello di riportare questo comunicato sul proprio blog quanto prima nel tentativo di rendere più visibile possibile questa iniziativa, e di riproporre in un secondo momento il logo nella data indicata.
Diamo un segnale: combattiamo il razzismo e il fascismo.

Iniziativa promossa dai blogger Emaetizi, Loumogghe e Irlanda
Adesioni:  Paolo Borrello WebLogin Fioredautunno salviamocarrara Voltirivolti jazzfromitaly paz83 Sbarrax lindaenonsolo Chemako vulcanochimico FidatiAttimi Omniamundamundis Lisapensiero volipindarici OsservatoriRomani redsquare ilmondosecondome sardiniaealtro  liberolanima AnilinaDays  Bragiu  Tisbe

41 commenti su “Blog contro ogni forma di razzismo!

  1. paoloborrello

    Anche io aderirò. Nel fratttempo ieri ho scritto un post nel mio blog nel quale mi occupavo del legame tra la crescita di alcuni episodi di violenza e la nascita del nuovo governo.
    Mi piacerebbe avere un tuo commento.
    Ciao

  2. utente anonimo

    incapacità di leggere non tra la righe, ma oltre il titolo…
    e poi, non fa tanto razzismo zittire le voci critiche?
    ah, ma tu non sei razzista… sono sempre gli altri i razzisti…
    caposkaw

  3. utente anonimo

    Tisbe, ti ringrazio moltissimo.
    Comunque le adesioni iniziano ad essere già una decina. Fatti un giro sul blog di Irlanda per constatare tdi persona…!
    Ciao e grazie ancora!

  4. ultrasveltroni

    Naturalmente, un logo dedicato alle MIGLIAIA DI VITTIME della violenza degli immigrati, guai a farlo!

    Davanti a omicidi bestiali come i Pellicciardi o la sig.ra Reggiani… avete il coraggio di accusare gli italiani di intolleranza per una vetrina rotta e qualche livido?

  5. Tisbe

    @paolo, ci passerò di certo
    @chemako, benissimo Ti aggiungo alla lista
    @emaetizi, aggiornerò il post includendovi le nuove adesioni 😉

  6. Tisbe

    Ho un solo genere di razzismo: non tollero l'ignoranza… e checché se ne dica, carta e penna possono vincere su ogni violenza!

  7. utente anonimo

    Sono per nascita antifascista e per militanza antica; il mio blog ne è lo specchio; so che un semplice logo di denuncia non basta, ma lo esporrò volentieri; siamo ormai giunti sull'orlo della castrazione culturale…

  8. utente anonimo

    Solo colpa delle forze "conservatrici", che stanno attuando una "involuzione culturale" (qualsiasi cosa voglia dire in italiano).

    Come se in 40 giorni si potesse fare "involvere", dal governo , un paese.

    E come se ciò fosse possibile a prescindere, e non grazie all'arretramento, sul fronte culturale e sociale, delle forze "non conservatrici", che hanno abbandonato i loro terreni, materiali ed ideali, allontanandosi da quelle fasce sociali che-in teoria.dovrebbero rappresentare.

  9. utente anonimo

    Fantastico, gente!
    Il raid al Pineto si è scoperto che non era di stampo fascista; il rapporto della Digos sui fatti della Sapienza smentisce le dichiarazioni dei collettivi…. ma imperterriti si continua come niente fosse.
    AO' non ci crederete! hanno scoperto che la terra non è piatta!!!

    !

  10. utente anonimo

    Cara tina lo sai quando le dico le dico sia a ds che a sn però vedi nella faccenda della Sapienza i fatti hanno dimostrato che sono stati i militanti di sn ad attuare una discriminazione.
    Ora naturalmente ce l'hanno con la polizia perchè ha accertato i fatti.
    Un altra roccaforte sta per cadere e questo li fa preoccupare.
    Passando ad un argomento più leggero, le foto che mi mandasti in quella operazione archeologica sono nulla rispetto allo scoop di ieri.
    Ho fotografato in anteprima l'affioramento dello scheletro che puoi vedere sul mio blog e altri che vengono alla luce.
    Il tutto è stato riportato da buongiorno e Irpinianews
    ciao ti

  11. Tisbe

    @caposkaw, se condisci gli scoop con gli insulti, è ovvio che non li pubblico… metti solo il link la prossima volta e d evita di insultare
    @pasquale, è troppo presto per parlare… riguardo gli scheletri, ho saputo… passerò a vederli sul tuo blog

  12. jazzfromitaly

    e si che copio e incollo!!

    è da tempo che mi chiedo: cosa posso fare?
    cosa faccio io?
    Cosa scrivo di utile che faccia pensare su questo blog?
    A cosa serve la “mia arte”, e come uso i miei strumenti?

    Questo è un inizio,
    e con l'occasione vi ringrazio…

  13. panattonimarco

    dal noto organo di stampa di Forza Nuova, ovvero LA REPUBBLICA di oggi….

    il ricercato: “Sono di sinistra, basta schifo nel quartiere

    Politica e razze non c’entrano. Mi sono fatto giustizia”

    “Al Pigneto sono stato io

    Non chiamatemi razzista”

    di CARLO BONINI

    “Al Pigneto sono stato io
    Non chiamatemi razzista”


    L’uomo del raid del Pigneto, “l’italiano sulla cinquantina” cui la polizia cerca da cinque giorni di dare un volto, il più vecchio tra i mazzieri, il “Capo”, arriva all’appuntamento ai tavolini di un bar che è notte. Ha i capelli brizzolati, gli occhi lucidi come di chi è in preda a una febbre. Allunga la mano in una stretta decisa che gli fa dondolare il ciondolo d’oro al polso.

    “Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista…”. La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L’avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara.

    “Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera”. L’uomo ha 48 anni. Delle figlie ancora piccole. Una storia difficile di galera e di imputazioni per rapina. E, naturalmente, un nome. “Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò ‘sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare ndr.) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto… “.

    Indica la foto sulla prima pagina dell’edizione di Repubblica del 27 maggio. Quella scattata durante il raid con il telefono cellulare da uno dei testimoni dell’aggressione. “Ecco. Io sono questo qua. Questo cerchiato con il marsupio e la maglietta rossa, che si vede di spalle. La maglietta è una Lacoste. Adesso ti racconto davvero come è andata. Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c’entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c’entrano un cazzo le razze. Non c’entra – com’è che se dice? – la xenofobia. C’entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io”.

    La “verità” di “Ernesto” ha un incipit. Giovedì 22 maggio. Quarantotto ore prima del raid. “A metà mattina, a una donna di cui non faccio il nome e a cui voglio bene come a me stesso, rubano il portafoglio in via Macerata. Non faceva che piangere. Un amico mio – un immigrato, pensa un po’ – mi dice che se lo voglio ritrovare devo andare nel negozio di quell’infame bugiardo dell’indiano. In via Macerata. Perché il ladro sta lì. E’ un marocchino, un tunisino, mi dice l’amico mio. Venerdì, verso mezzoggiorno, ci vado. Trovo questa merda di marocchino, o da dove cazzo viene, questo Mustafà, seduto davanti al negozio con una birra in mano. Una faccia brutta, cattiva, con una cicatrice. Mi fa cenno di entrare e nel negozio mi trovo lui, l’indiano bugiardo e un vecchio, un italiano. Il marocchino mi dice: “Tu passare oggi pomeriggio e trovare portafoglio”. Io dico va bene e, te lo giuro, non mi incazzo, né strillo. Dico solo: “Dei soldi non me frega niente. Ma dei documenti sì”. Ripasso il pomeriggio e quello mi dice: “Scusa. Non fatto in tempo. Torna domani”. Io ripasso sabato mattina e quel Mustafà là, ridendo, sempre con quella cazzo di birra in mano, mi fa segno che i documenti l’ha buttati dentro una buca delle lettere. Allora non ci ho visto più. Mi è partita la brocca. Ho cominciato a strillare, dentro e fuori del negozio. In mezzo alla strada. E ho detto: “Se vedemo alle cinque. E se non salta fuori il portafoglio sfascio tutto””.

    Alle 17 di sabato, dunque, arriva “Ernesto”. Ma non da solo. “Eh no. Fermati. Fermati qui. Io arrivo da solo. Perché io voglio andare a gonfiare il marocchino da solo. Io quando devo fare a cazzotti non mi porto dietro nessuno. Il problema è che quando arrivo all’angolo con via Macerata non ti trovo una quindicina di ragazzi del quartiere? Tutti incazzati e bardati. Te l’ho detto. Mi vogliono bene. Avevano saputo della tarantella ed erano due giorni che sentivano questa storia di questo portafoglio. Evidentemente volevano starci pure loro e si sono presentati. Non l’ho mica chiamati o invitati”.

    “Ernesto” fa un cenno al cameriere. Chiede un whiskey di malto scozzese. Un “Oban”. Strizza l’occhio. “Lo vedi questo? E’ cresciuto con me al Pigneto”. “Che stavo a dì? Ah sì, i pischelli. Io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica? Io questi pischelli non li conosco personalmente, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti. E, comunque svastiche non ce n’erano. Quei pischelli, per quanto ne so, si fanno il culo dalla mattina alla sera. E hanno solo un problema. Si sono rotti il cazzo di vedere la madre, la sorella o la nonna piangere la sera, perché qualche vigliacco gli ha sputato o gli ha fischiato dietro il culo. Te lo ripeto, io non l’ho chiamati. Io ce li ho trovati. E poi, scusa tanto sa, ma hai mai visto tu un raid nazista senza una scritta su un muro? Qualcuno si è chiesto perché, se era un raid, nessuno ha toccato per esempio i sette senegalesi che vendevano i cd taroccati in via Macerata? Lo vuoi sapere perché? Perché i senegalesi non avevano fatto niente. Perché sono amici. Perché portano rispetto e quando stava per cominciare il casino al negozio dell’indiano, gli ho detto di mettersi da una parte”.

    Forse “Ernesto” vuole solo coprire quei ragazzi. Forse la sua storia comincia a pattinare. “Aspetta. Io ti ripeto che i nomi di quei pischelli non li conosco e, comunque, se anche li conoscessi non li farei mai. Ma la dimostrazione che dico la verità sai qual è? E’ che loro erano tutti coperti. Con i caschi, con i cappucci. E io invece ero l’unico a volto scoperto. Perché, come t’ho detto, io se devo andare a fare a cazzotti ci vado a mani nude, da solo e a viso scoperto. Te ne dico un’altra. La dimostrazione che sto dicendo la verità è che quando l’indiano di via Macerata mi vede e se la dà, dopo che gli ho sfasciato le vetrine, i pischelli si mettono a correre verso via Ascoli Piceno. Per me è finita lì. E non capisco quelli che vogliono fare. Allora li raggiungo a piedi e quando all’angolo tra via del Pigneto e via Ascoli Piceno vedo che stanno a fà un macello con i bengalesi, che si sono messi a sfasciare le macchine della gente del quartiere, cominciò a gridare. Grido: “A pezzi de merda che state a fa’? Annatevene da lì, a rincojoniti!”. Per questo, come ho letto sui giornali, dicono che hanno sentito “il Capo” dare ordini in italiano. Ma quali ordini? Io li stavo a mannà a fanculo perché mi era presa paura. Avevo capito che casino stava montando”.

    Cosa aveva capito “Ernesto”? L’uomo butta giù il fondo di “Oban” rimasto nel bicchiere. Accende una Marlboro rossa. “Avevo capito che, senza volerlo, avevo slegato la bestia. Avevo capito che il veleno mio era il veleno di tutti. Sai perché penso che i pischelli sono andati dai bengalesi in via Ascoli Piceno? Perché quell’alimentari là, quello dove è andato a chiedere scusa Alemanno, due anni fa l’avevano chiuso per spaccio. Perché sotto il sacco dei ceci che dice di vendere, il bengalese ci teneva la droga. So che è andato assolto perché ha detto che la roba la nascondeva un marocchino. Sta di fatto che lì davanti è sempre un circo. Stanno sempre aperti. Anche alle cinque de mattina. Mi spieghi che cazzo si vendono?”.

    “Ernesto” chiede un altro wiskey. “La storia potrebbe finire qua. Ma non finisce qua”. L’uomo, ora, ha voglia di raccontare chi è e come è cresciuto. “Perché tutto si deve sapere. Tutto. Perché poi, quando ti si bevono, i giornali scrivono un mucchio di cazzate”. E’ il quarto di cinque figli, “Ernesto”. Suo padre è un carabiniere. Lo perde a 8 anni e finisce in collegio, perché a casa, al Pigneto, non si riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. Quando esce dall’istituto, comincia a rubare. “Per fame. Ho sempre rubato solo per fame. E mai al Pigneto”. A 24 anni perde anche la madre. Comincia a entrare e uscire di galera. Regina Coeli, Sollicciano, “dove a Pacciani, j’ho fatto ‘na faccia tanto. Sto schifoso… “. “Sempre accusato di reati contro lo Stato… “. Contro lo Stato? “Sì, rapine in banca. Perché, le banche non sono dello Stato?”. Ride, per la prima volta. Poi si fa di nuovo cupo.

    “Il Pigneto era bellissimo. Da ragazzino giocavo a ruzzichella dove adesso ci stà quello schifo di isola pedonale. Dove adesso vomitano e pisciano fino alle cinque de mattina, ci stava il cocomeraro e quello che vendeva le cozze col limone. Posso sopportare che mentre vado al mercato a comprare il pesce per mia figlia che è una ragazzina, lei deve vedere uno che se tira fuori l’uccello e sui banchi del mercato ci piscia? Eh? Lo posso sopportare?”. Il colore della pelle, dice, non c’entra. “Io ho litigato con tutti quelli che non portano rispetto alla gente del Pigneto. Bianchi e neri. Io ho fatto casino qualche settimana fa al pub di via Fanfulla, perché quattro stronzetti italiani non mi facevano rientrare a casa…

  14. utente anonimo

    spiacente del copia e incolla, ma temo sia necessario:

    Parla la banda del Pigneto

    “Con noi anche un nero”

    di CARLO BONINI

    Dario Chianelli

    ROMA – C’è un ragazzo con la pelle nera nel sabato del Pigneto. Ma non è nato in Bangladesh, né nel Maghreb. Perché in questa storia non è uno degli aggrediti, ma uno degli aggressori. In via Ascoli Piceno, impugnava una mazza come i “pischelli” bianchi cui si era unito. Un nero contro altri neri. Chi era insieme a lui nel raid ne parla da un telefono che ne protegge l’anonimato (“Purtroppo bisogna fà così perché ci sono ancora troppe guardie in giro e io devo ancora decidere se mi presento o no”).

    La confessione di Dario Chianelli, “Ernesto”, ha scosso un gruppo che, da sei giorni ormai, vive acquattato nel quartiere e sembra averlo convinto “che non c’è proprio più nulla da nascondere e tanto vale allora dire anche questa del “nero”, così forse si placano tutti”.

    Il “nero” ha un nome e un cognome. E’ un ragazzo di colore che ha meno di trent’anni. E’ cresciuto tra il Pigneto e il Prenestino. Lavora. E sabato, a quanto pare, non c’è stato bisogno di convincerlo ad unirsi al resto dei mazzieri.

    “Se lo sentissi – dice il suo amico al telefono – non diresti mai che è un africano. E’ uno de noi. Parla romano e magna romano come noi. Per questo è venuto con noi”. Il ragazzo fa una pausa. “Come bisogna spiegarlo ancora che la razza non c’entra? Ho visto che oggi (ieri ndr.) la politica sta continuando a parlà, a parlà. Stanno sempre a parlà. Non basta quello che ha detto Dario? Allora, forza, mettici pure questa. C’era uno de colore a menà. Si dice così, no? De colore. E sai perché? Lui al Pigneto è sempre stato rispettato. Nessuno l’ha mai fatto sentire di serie B. Questa è casa sua come è casa mia. E siccome stanno facendo lo schifo in casa nostra, a lui è salito il veleno come è salito a noi. Sai che gliene frega a lui del colore della pelle? Niente. A lui gliene frega ancora meno che a noi visto che è nero. Lui si è rotto il cazzo come noi. Punto e basta”.

    Il ragazzo non ha nessuna voglia di spiegare come lui, il “nero” e gli altri ci siano finiti in via Macerata e via Ascoli Piceno. Se, come e quando le cose siano sfuggite di mano. “Dario ha detto bene. Ha raccontato bene quello che è successo. Quindi non c’è altro da aggiungere”. Ha voglia invece di raccontare chi sono loro, “i pischelli”. “Ma quali fascisti? Che te pensi? Siamo tutta gente che lavora. Che lavora con le mani. Il sabato sera con la donna o con la famiglia e, molti, la domenica allo stadio. Roma, Lazio. Ma niente ultras”.

    Per loro non è stato un portafoglio. Ma quello che dicono sia successo alle loro donne. “A mia nonna gli hanno portato via la borsa e l’hanno pure insultata. A mia sorella l’hanno inseguita sotto casa di notte, che se c’ero io quella sera finiva male”.

    E così agli altri, sembra di capire. Tutti e quindici i protagonisti del raid avrebbero avuto uno sgarro da esibire nel pantheon del risentimento di quartiere. E dunque da vendicare. Con una scelta che sembrerebbe avere avuto il segno crudele e primitivo della decimazione. Colpirne uno per educarne cento. Punire l’indiano di via Macerata per dare man forte a Dario che chiedeva conto dello scippo alla sua ex moglie, vendicando così tutte le donne del Pigneto. Punire il bottegaio bengalese di via Ascoli Piceno che vende vino e birra fino all’alba, mettendo al proprio posto e sul chi vive tutta la filiera di balordi che normalmente vi si abbevera.

    Eppure, forse, non è proprio così. Con i bengalesi sembra covi anche dell’altro. Il ragazzo al telefono dice: “Ma lo sai quanto sono impaccati di soldi? Li vedi che tirano fuori dalle tasche rotoli da 50 e 100 euro. Come fanno a tirarli su? Anche io lavoro, ma quello che guadagno io in un mese loro se lo portano a casa in una settimana. Com’è?”. E’ una domanda che anche Dario ha affacciato nel suo racconto. Una domanda che trova una risposta in ciò che i “pischelli” del raid e l’intero quartiere sembra diano da molto tempo per assodato. Dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio, senza perdersi dietro a inutili fronzoli. E cioè che la comunità dei bengalesi sia diventata il complice ombrello alla cui ombra si ripara lo spaccio capillare dei maghrebini. I bengalesi non danno nell’occhio. I bengalesi sono gente pacifica che non attira “le guardie”.

    Nelle loro botteghe, i maghrebini hanno capito che possono parcheggiare la droga che spacciano o la refurtiva che riciclano senza rischiare nulla. E con il minimo sforzo. Dice ancora il ragazzo: “Io non lo so se questi bengalesi qua lo fanno perché hanno soltanto paura dei marocchini o se invece lo fanno, soprattutto perché dai marocchini prendono la stecca sulla roba che quelli gli inguattano. Sia come sia, la roba esce dalle botteghe loro. E quindi meritavano una ripassata. Voglio vedere se adesso se rimettono a fà come prima”.

    Il ragazzo dice che deve chiuderla qui. Ha fretta di parlare con gli altri. Perché ora, dopo la confessione di Dario, il gruppo deve decidere che fare. I “pischelli” hanno capito che la polizia sa chi sono. E hanno capito anche che il ritorno di Dario al Pigneto da uomo libero è una mano tesa a chiuderla davvero questa storia. Ha un’ultima battuta: “Quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto per il Pigneto. Ma adesso, qui al Pigneto, tutte queste guardie che girano cominciano a essere un bel casino”.

    (30 maggio 2008)

    tutte queste brutte cose dal noto quotidiano fascista “la repubblica”

    caposkaw

  15. Tisbe

    Marcopanattoni e caposkaw, queste cose le avevo già lette. Cmq anche se i copincolla non sono ammessi èper questa volta lascio cadere la cosa.
    La sostanza non cambia: mica perché uno ha Che Guevara tatuato non è razzista… Sepenso a molti personaggi di sinistra che bazzicano l'ambiente di OkNotizie e di Kilombo potrei ben dire che sono nazisti, fascisti ed oppressori delle minoranze

  16. utente anonimo

    AH!
    cioè dici che non basta una patacca rossa da qualche parte a fare un bravo e vigoroso democratico?
    caposkaw

  17. FIOREDAUTUNNO

    grazie tisbe :o)
    venendo al post e ai commenti sopra:
    ora, a parte che potrebbe trattarsi di un infiltrato. ammettiamo che dica la verità. la questione non è destra o sinistra qui. la questione è che sta comparendo un razzismo diffuso, a prescindere. ho sentito persone indignate perché i senegalesi acquistano appartamenti in rispettabili palazzine e non nel "bronx" della mia città. senegalesi rispettabilissimi, che col sudore del loro onesto lavoro acquistano un appartamento. inaudito eh? come si permettono di abitare in una palazzina signorile?
    anche questo è razzismo. senza sfasciare vetrine.

  18. utente anonimo

    Cara Tisbe, sono un tuo lettore affezzionato, ma sono rimasto un pò sorpreso da questa tua iniziativa.

    Ti ricordi di tutti ma non di noi gente del sud, che qui al nord è trattata male. A me che sono un modesto operaio in azienda mi chiamano spesso terrone e lo fanno anche davanti ai miei figli.

    E' vero non ho potuto studiare e mio figlio Calogero che mi ha insegnato ad usare il computer eppure vi dimenticate di difenderci a noi uomini del sud, che siamo venuti in queste fredde lande per trovare un lavoro e che tanto facciamo per l'Italia.

    Spero che provvederai e porrai rimedio.

    Rosario

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *