L’ALTRA ITALIA, L’ALTRA CAMPANIA

 I NUMERI DELL’EMIGRAZIONE DALL’UNITA’ D’ITALIA AI GIORNI NOSTRI.
In Italia il fenomeno dell’emigrazione ha sostanzialmente inizio a seguito dell’Unità. Il nostro paese, negli ultimi tre decenni dell’800, fu teatro di un esodo di massa di proporzioni storiche, registrando, dal 1873 al 1900, una media annua di oltre 200.000 espatri. I principali paesi di accoglienza furono la Francia, la Svizzera, la Germania, il Belgio, la Gran Bretagna e, oltre oceano, gli Stati Uniti, l’Argentina, il Brasile, il Canada, il Venezuela e l’Australia.
Molti credono che l’emigrazione abbia riguardato esclusivamente il sud, ma, strano a dirsi, i primi a partire furono i Veneti, con un contingente di oltre due milioni di lavoratori e un peso percentuale sul totale pari al 17,9%, e la loro meta privilegiata fu il Brasile. Seguirono i Friulani con il 16,1%, privilegiando le rotte dell’Europa Occidentale industrializzata e progredita; quindi i Piemontesi con il 12,5% delle partenze sul totale, mirando prevalentemente verso l’Argentina. 
Nell’Italia  Meridionale il primato degli espatri spettò alla Sicilia con il 12%, mentre la Campania si attestava al settimo posto con il 2,7%.
All’inizio del XX secolo, quando gli effetti prosettentrionalistici dei governi liberisti iniziavano a prendere consistenza e a dare risultati, diminuirono gli esodi settentrionali ed aumentarono quelli meridionali.
Dal 1901 al 1913 fu ancora la Sicilia a dare il maggior numero di emigranti con il 12,8%, seguita dalla Campania che con il 10,9%, pari a 955.188 unità , si attestò al quinto posto.
L’Irpinia, realtà dell’entroterra prevalentemente montana e pedemontana, si rivelò da subito un serbatoio di energie, disposta a sopperire alla domanda di lavoro proveniente da qualsiasi parte del mondo. I comuni maggiormente interessati ai primi esodi di fine secolo furono: Lapio, Calabritto, Caposele, Montella, Castel Baronia, Serino, Lauro, Baiano, e, successivamente, altri comuni dell’Alta, Media e Bassa Irpinia. Tra il 1877 e il 1915 partirono 284,881 emigranti; oltre il 90% dell’emigrazione transoceanica irpina si localizzò negli Stati Uniti ed in particolare nelle città a nord-est. Quasi tutti gli emigrati partirono soli, lasciando le rispettive famiglie nei paesi nativi; immaginate un contadino del Sud che si reca in un Paese straniero di cui non conosce la cultura, i costumi, le tradizioni e, cosa peggiore , di cui non conosce la lingua! Questo popolo di umiliati, oltre a sobbarcarsi il peso della propria esistenza, doveva, tra stenti e rinunce, farsi carico anche dei familiari rimasti in patria, con rimesse che per buona parte furono introitate dallo Stato, attraverso l’offerta di Buoni del Tesoro, e destinate a pianificare il processo di industrializzazione dell’Italia Settentrionale.
La prima guerra mondiale pose temporaneamente fine all’emigrazione. La pace di una guerra vinta, senza l’apporto di alcun beneficio e che aveva lasciato sui campi di battaglia oltre dieci milioni di caduti, trovò l’Italia  sull’orlo del collasso. In Irpinia, dal 1915 al 1921, oltre 50.000 lavoratori partirono per cercare fortuna nei paesi europei e mediterranei. Con l’avvento del fascismo la libertà di emigrare fu praticamente abolita. La legge n° 358 del 09/04/1931 “Norme per la disciplina e lo sviluppo delle migrazioni e della colonizazione interna” e la legge n° 1092 del 06/07/1939 “Provvedimento contro l’urbanesimo” prescrivevano la necessità per gli italiani del radicamento e della stabile dimora nella terra nativa. Nonostante venissero addirittura stabilite pene pecuniarie per chi osasse trasgredire le norme che disciplinavano le migrazioni interne, cambiarono residenza 1.200.000 persone. Si stima che, in questo periodo, furono oltre 25.000 gli irpini che lasciarono i loro paesi d’origine.
Il secondo conflitto mondiale bloccò nuovamente i flussi migratori.
Nell’immediato dopoguerra, iniziò un’inesorabile processo di abbandono dei paesi del sud, con un esodo di massa orientato prima verso le aree transoceaniche economicamente emergenti come il Canada e l’Australia, poi verso i paesi più industrializzati dell’Europa Occidentale e più tardi nell’area Centro Settentrionale italiana, con un valore medio annuo di circa 300.000 unità. Nel decennio 1947-1956 il 45% degli espatri complessivi verso l’Europa si diresse in Svizzera, mentre un cospicuo contingente di lavoratori si indirizzò verso il Belgio, sollecitato anche dalle politiche governative ed in particolare l’accordo bilaterale Italo-Belga del 20 giugno 1946, il quale prevedeva l’invio verso le miniere di quel paese di 2.000 giovani alla settimana in cambio di un certo numero di tonnellate di carbone per ogni minatore. La tragedia di Marcinelle del 1956, in cui morirono 187 minatori Italiani, segnò la fine dell’emigrazione in Belgio.
Intanto, all’interno del paese, lo sviluppo economico delle aree forti del cosiddetto “triangolo industriale”, si consolidò verso la fine degli anni’50 ed accelerò all’inizio del decennio successivo.
In questo periodo l’emigrazione fu orientata nella quasi totalità in queste zone, dove, solo dal 1958 al 1963, emigrarono più di 800.000 meridionali su 1.300.000 espatri.
Il 21 agosto 1962 un terremoto dell’ottavo grado della scala Mercalli, scosse l’Irpinia ed e il Sannio.
In massa, come era stato per i “padri” dell’esodo transoceanico a cavallo tra i due secoli, ripresero i “terroni” la strada dell’esilio, con la valigia di cartone legata con lo spago, con in tasca il biglietto con l’indirizzo della destinazione che non si sapeva leggere. La totale popolazione irpina denunciò, nell’intervallo 1961-71, una contrazione del 14,7%. Si continuò così ad abbandonare il territorio, finché, la crisi internazionale del ’70 generò una contrazione sostanziale della domanda di lavoro sul mercato mondiale. In Italia, nel 1973, le rilevazioni dei flussi, dopo oltre un secolo, registrarono un saldo positivo tra rimpatriati ed espatriati.
Intanto, sul nascere degli anni ’80, la terra nuovamente e più violentemente tremò; era il 23 novembre, quando un’immane catastrofe sconvolse la Campania e la Basilicata. In questo periodo di grande attenzione del Governo e del Paese per le aree del cratere, un’epoca nuova sembrava aprirsi per l’Irpinia, una svolta di civiltà che potesse, tra l’altro, debellare e relegare nella memoria storica il trauma dell’emigrazione.
Nel decennio 1981-1991 in Irpinia, per la prima volta nella storia della Repubblica, il tasso di incremento demografico risultò positivo. Ma già agli inizi degli anni ’90, la riduzione ed in alcuni casi il blocco dei contributi destinati alle zone colpite dal sisma, fece inceppare irrimediabilmente quel meccanismo che aveva alimentato i processi di ricostruzione e rinascita dell’area.
Nel decennio 1991-2001 la struttura della popolazione ha fatto registrare una ulteriore tendenza all’invecchiamento, con una contrazione delle classi giovani dell1,8% a favore delle classi anziane; in pratica in questo periodo hanno annualmente lasciato l’irpinia circa 5.000 unità, in prevalenza giovani in età compresa tra i 15 ed i 30 anni. L’elemento nuovo di questa emigrazione rispetto alla passata è che, mentre gli esodi del trentennio 1951-81 possono essere considerati con eufemismo emigrazione di “braccia”, quelli dalla seconda metà degli anni ’80 ad oggi possono essere considerati un’emigrazione di “cervelli”, con il conseguente impoverimento delle “energie migliori”, sulle quali si contava per innescare il processo di rinascita del Mezzogiorno.
In conclusione, dalle statistiche generali si evince che i nostri connazionali sparsi per il mondo, tra discendenti di italiani ed attuali emigrati, ammontano a circa 60.000.000 unità, cifra che risulta leggermente superiore al complesso della popolazione attualmente residente in Italia (circa 57.000.000 unità). I  campani, comprensivi dei discendenti, raggiungerebbero secondo stime ministeriali, circa 6.000.000, a fronte dei 5.000.000 circa degli attuali abitanti regionali. In sostanza si hanno due Italia e, all’interno di queste , due Campania: le prime, dell’una e dell’altra, sono quelle che conosciamo, quelle dove viviamo ed operiamo; le seconde sono collocate all’estero e distribuite, in maniera diseguale, tra i cinque Continenti. 

Wladimiro Marsico

4 commenti su “L’ALTRA ITALIA, L’ALTRA CAMPANIA

  1. WebLogin

    I numeri dell'emigrazione ci dicono che nel mondo esiste un'altra Italia, in pratica per ogni italiano che vive in Italia c'è (almeno) un altro italiano che vive in un'altra parte del mondo. Un dato impressionante, che comprende tante storie di discriminazione, di sfruttamento, di ingiustizia e tragedie, ma che sembrano non essere prese per niente in considerazione da parte di chi oggi vede nell'immigrazione solo una risorsa da sfruttare o addirittura la causa di ogni problema 🙁

    Bel post, mi ha colpito molto il numero dei nostri connazionali sparsi per il mondo ma è un post che offre diversi spunti di riflessione.

    Giuseppe

  2. Tisbe

    La cosa più sconvolgente è che lo Stato italiano speculò sulla disperazione di intere generazioni di emigranti italiani, esattamente come oggi, lo Stato rumeno specula sulle vite di coloro che manda in Italia. Ai nostri imprenditori si permette di comprare intere zone, case, palazzi, industrie della romania e in cambio il nostro paese deve accogliere i rumeni, anche quelli con precedenti penali. Ma questo al popolo italiano non glielo spiega nessuno

  3. Guinness

    L'emigrazione non è un fenomeno chiuso neppure ai giorni nostri, quando coinvolge soprattutto i giovani.

    In Italia per anni si è cercato di cancellare il ricordo di chi era partito con la valigia di cartone per cercare una speranza di vita altrove. Sino alla seconda metà degli anni Settanta – con rare eccezioni date da chi era tornato – non si volle ricordare. Poi si cominciò a studiare il fenomeno e si scoprì appunto che in giro per il Mondo c'è una seconda Italia, più grande, più forte, più seria, con un maggior orgoglio di potersi dichiarare italiana.

    All'estero ci sono diverse Federazioni regionali e associazioni provinciali, che si richiamano alla madrepatria. Ma gli emigranti e i discendenti degli emigranti si sentono prima di tutto italiani, vengano da Palermo, da Avellino, da Roma, da Rovigo, da Belluno. In Italia, invece, fatichiamo ancora a sentirci italiani.

    Quanto abbiamo da imparare dai nostri emigranti. Ciascuno di noi dovrebbe uscire dall'Italia almeno una volta nella vita e andare a trovare i nostri emigranti – soprattutto in Sud America, dove i sentimenti sono ancora più forti – per riscoprire l'orgoglio di essere italiano.

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