Sono morta senza i miei figli (ricevo e pubblico)

Ad un vecchio post è arrivato questo commento che merita di essere pubblicato.

Mi rendo conto della drammaticità di questa signora però se la può consolare dopo che da sola ho cresciuto i miei tre figli sani, belli , onesti ma con lo stesso dna del padre. Sacrificando la mia vita perchè il padre un vero mascalzone violento irresponsabile e stupido. Venivo maltrattata da tutti e tre nonostante io li amassi da morire.Mia figlia a 23 anni si è sposata e mi ha rinnegata facendomi persino picchiare dalla cognata, ha due figli ma mi ha sempre proibito di vederli oggi hanno 16 e 12 anni ma io non li conosco, si è trascinata i fratelli e anche suo fratello che ora ha un bambino di 8 mesi non me lo fa neanche conoscere. Sono anni che non vedo mio figlio il più piccolo. Hanno 41 mia figlia 38 suo fratello e 33 l'altro fratello.Hanno interrotto tutti i contatti con me mi hanno fatto terra bruciata intorno facendomi mancare di rispetto da tutti.Mio figlio il più piccolo mi ha persino derubata e fatto andare in rovina un'attività che gli avevo intestato.Mi hanno abbandonata nessuno mi cerca nessuno mi vuole parlare posso morire non glie ne frega niente. Dopo che sono diventati grandi e potevo godere un pò di gioie sia con loro che con i loro figli hanno preferito dare le gioie al padre anche se riconoscono che non è un buon padre e un buon nonno però lui può partecipare alle loro vite e a tutte le loro feste tipo battesimi comunioni ecc ecc mentre io sto morendo dannata per averli avuti solo da crescere con tutti i casini, la stanchezza, le notti in bianco,i dispiaceri, le botte, le cattiverie,insomma ho partorito tre nemici. Mi odiano e nemmeno loro sanno perchè. E non faccio che subire umiliazioni per colpa loro. Mi hanno fatto diventare la cavia della gente frustrata e loro ci godono anche, anzi difendono chi mi fa del male. Ci sono momenti specialmente la notte che vorrei farla finita ma poi spero che succeda un miracolo e ogni giorno aspetto questo miracolo.Non sentirmi chiamare mai mamma è da impazzire. E ricordare tutte le loro cosine di quando avevano bisogno di me e io c'ero è un dolore che ti accoltella il cuore. Averli avuti e ora no poterli nemmeno abbracciare è allucinante l'impotenza. Mi consolo sapendo che stanno bene e dico a Dio se questo è lo scotto per averli sani, belli e onesti allora ti ringrazio. Ma io ora sono morta senza i miei FIGLI !!

13 commenti su “Sono morta senza i miei figli (ricevo e pubblico)

  1. utente anonimo

    Gentile signora, mi sembra che la sua storia sia commovente, però…A volte quando si legge una notizia: una persona ha preso il fucile ed ha ucciso il suo vicino di casa. In automatico, ci mettiamo dalla parte della vittima, perchè ha subìto la più grande perdita possibile, poi, sempre in automatico, pensiamo che probabilmente la vittima era disarmata, e se non pensiamo ad altro, si può arrivare ad invocare la pena di morte per quel disumano assassino. Se riflettiamo un po', ci viene da pensare: come mai questo "feroce" assassino, si è svegliato al mattino e ha deciso di prendere il fucile per andare ad uccidere il vicino, sapendo già in partenza che così facendo avrebbe distrutto la sua vita, oltre che quella del vicino? C'è un motivo, o si tratta di un pazzo furioso? Beh, se si trattasse di un pazzo furioso, sicuramente qualche provvedimento si sarebbe potuto prendere in precedenza e così non si sarebbe arrivati a quell'epilogo. Senza nessuna offesa, gentile signora, le vorrei fare una domanda: suo marito, i suoi figli, i suoi nipoti, sono tutti dei pazzi furiosi?La saluto cordialmente.Antonio.

  2. utente anonimo

    Prima di entrare nel merito,
    io credo sia necessario prendere atto di ciò che occorre ad una ragione per poter elaborare un giudizio.
    Un processo prevede l'ascolto sia di una tesi accusatoria, com'é nel caso di questi tristissimi racconti, sia della tesi della difesa.

    In un processo civile, in una cultura civile del diritto, spetterà poi ad un arbitro terzo e anche formalmente, non solo sostanzialmente, nella condizione di totale imparzialità (ove si ravvisassero ombre e dubbi di parzialità per i più disparati motivi, per esempio la familiarità, il rapporto di lavoro, l'affiliazione di ogni tipo, economica o ideologica anche se militanza imbarazzante, la competenza nell'arbitrio giudicante andrebbe trasferita a soggetto più idoneo), fare una sintesi di quel dibattimento ed arrivare ad una conclusione, un giudizio.

    Quando operiamo da soli, invece, assumiamo da soli quel compito per addivenire ad un giudizio, rivestendo il ruolo arbitrale ma sempre è necessario nel processo della ragione che si voglia degna di tal riconoscimento, assumere che si debba ascoltare necessariamente sia la tesi accusatoria, sia quella difensiva.
    Altrimenti, non sarà mai un giudizio che otterremo, né l'esercizio di una ragione autentica, onesta,
    ma solo un banale pregiudizio.

    Nel caso dei racconti, mi è impossibile fare il percorso di un processo della ragione per capire meglio le cose, manca quella che chiamiamo "l'altra campana", manca il ruolo dell' "avvocato del diavolo", manca il controcanto e non posso certo rinunciare alla mia ragione di giudizio,
    per una scorciatoia che adotta un pregiudizio (una ragione ridotta a forme varie di automatismi e notevolmente influenzata da fattori esterni che diventano incisivi).

    Però una cosa mi sento davvero di poterla esprimere, anche questo un giudizio se si vuole:
    sono racconti di grande sofferenza che emergono.
    Che siano in ragione o torto di essere, che siano autentiche ingiustizie o solo percepite ingiustizie, che non sia la narrazione veritiera, ma alterata da altro, resta il fatto che è emerge un disagio, uno squilibrio, una sofferenza che meritano comunque,
    una misericordiosa compensione, riflessione e sensibilità.

    Il commento precedente al mio che ho letto, mi pare che sia un invito, uno stimolo ad una riflessione, che può essere nella sintesi ironica nell'immagine di colui che si lamenta perché tutti sono impazziti e vanno contromano…
    è una riflessione sensata da porsi, ma senza cadere in un pregiudizio opposto, formato su delle scorciatoie e delle illusioni (perché non è mai stato oggettivo che una maggioranza di soggetti, solo in quanto maggioranza, abbia davvero ragione ed una minoranza torto e la nostra storia nazionale per arrivar alla forma di repubblica democratica ce lo ricorda piuttosto bene…).

    Sicché direi che, in onor di una retta ragione, non è possibile esprimere davvero un giudizio di merito, mancano troppi elementi per fare un processo della ragione che abbia in mente dei decenti criteri di giudizio e non voglia cedere alla scorciatoia ed alla lusinga di un pregiudizio.

    E' dunque da tener presente invece la condizione di sofferenza possibile nei racconti.
    E mai dimenticando che se forse tutti ce l'hanno con te, forse un motivo di fondo c'é, forse c'è una causa sbagliata posta in origine che si può rimuovere e modificare, da cambiare.
    E ciò nonostante, anche se tutti ce l'hanno con te, magari sei tu che hai ragione e tutti gli altri torto,
    come sicuramente capitò di pensare a pochi italiani che si opposero ai tanti adesivi al fascismo, ai pochi polacchi, ungheresi, russi, rumeni, cecoslovacchi relativamente ai tanti adesivi al comunismo
    ..
    quei pochi ebbero poi dimostrata la loro ragione quando fu possibile fare un più autentico processo della ragione a cui occorre, indubbiamente, libertà per compiersi.

    Ad ogni modo anche io coltivo mio malgrado i miei pregiudizi.
    A me sembrano invecchiando e maturando esperienza, sempre più giudizi oggettivi.
    Per esempio, mi pare di poter sentire oggettiva voce in me stesso, quando mi dice, non senza tristezza,
    che la gratitudine non è la virtù più diffusa del genere umano.
    Molto più facile scoprirla in un cane quella virtù meravigliosa di bellezza, apre il cuore.

    Ma non è la virtù più diffusa tra gli uomini la gratitudine, macché.
    E non va letta come una singolarità: è la conseguenza e l'intersezione con altre cosucce degli uomini, purtroppo.

    Mentre i cani sono straordinari.
    Anche i gatti, ma mai come un cane in effetti, salvo rare eccezioni.

    Il cane è straordinario e non finisce mai di rallegrarmi e meravigliarmi, direi di commuovermi.
    Che tu rientri dopo due giorni o dopo due ore, che diamine, ti fa sempre una festa gioiosa come se non ti vedesse da anni, come se disperasse di rivederti più.
    E' tutto un fremito di gioia sincera, non c'è malizia o inganno nei suoi occhi altrimenti di solito con quella luce un po' malinconica che solo i cani sanno avere (specie quando ti guardano in inclinazione, con parte della pupilla bianca, dal basso in alto, oppure da un lato.. formidabili quando ti guardano così),
    sono proprio felici e tu magari, sei uscito solo da qualche ora oppure lo fai da una vita, rientri tutti i giorni ma niente,
    il cane ti fa una festa gioiosa enorme.

    Le persone, invece, si abituano presto all'abitudine (mi scuso per la ripetizione), cominciano a dare le cose per scontate, ogni cosa diventa atto dovuto e soprattutto, cominciano a lavorare in principi di economia di ingegno ed impegno e non ti danno pian piano più nulla,
    nemmeno un sorriso magari, ma solo uno stanco, fastidiosissimo, triste:
    "Chi è? Ah… sei (ancora) tu???"

    Come si fa.
    Bisogna che uno se ne vada davvero o crepi per aver qualcosina di più, magari anche ipocritamente, di riconosciuto.
    Perché è anche questo qualcosa che con l'esperienza ho scoperto tra gli uomini:
    per apprezzare qualcosa parrebbe, bisogna arrivare a perderlo.
    Il respiro, una persona, un figlio, un genitore, un cane.
    Il cane è avanti, molto avanti su questi aspetti ed è per questo che per curare uomini malati, abbandonati, vecchi, si è arrivati perfino ad usarli come "terapia".
    Sono avanti, troppo avanti, con la loro gioiosa, sincera, semplice, spontanea capacità di
    amare gli uomini.

    L'unica nota stonata è che mi tocca prendere atto che forse, i cani, non sono evoluti anche sul piano della ragione e dell'intelligenza,
    ma forse è solo perché ancora mi sfugge l'intelligenza di amare con tanta dedizione e gratitudine spontanea e gioiosa, non a caso meritando il titolo di "miglior amico dell'uomo", quando poi capita assai sovente di vedere che non è nemmeno un sentimento ricambiato.

    Ma cristianamente, si potrebbe dire che proprio questo, è un merito: amare chi non ti ama.

    E così ritorno alle storie tristi che ho letto: proprio lì sta il merito,
    amare, saper amare sinceramente, autenticamente, comunque gli uomini, le loro ingiustizie, piccolezze, meschinità, egoismi, naturalmente l'ingratitudine che magari verrà tardivamente o post-mortem purtroppo, ma comunque è lì il merito
    di chi ama: essere veri.
    Esserci.
    Con fiducia.
    Fede dunque. Fede, ragione.
    E merito.

    Alieno

  3. utente anonimo

    Caro alieno, io ovviamente non parlo come te. Forse sono un po' più sintetico, ma forse più chiaro. Io sto ai fatti: la signora in questione, dichiara che una sua figlia ha avuto altri due figli che "oggi hanno 16 e 12 anni, ma io non li conosco" Quindi si deduce che questo "odio", verso di lei, è almeno ventennale. La domanda spontanea è: cosa può aver fatto questa signora per meritarsi questo?La domanda potrebbe essere diversa se si parlasse di una sola persona che ne odia un'altra, quidi si potrebbe discutere (per modo di dire, perchè in fondo sui fatti familiari ognuno si comporta come vuole: esiste il masochista, esiste il sadico: forse potrebbero convivere in armonia) su chi potrebbe essere il buono ed il cattivo. Ritengo giusto che non è detto che chi fosse in estrema minoranza, debba necessariamente essere nel torto, ma di probabilità che la ragione sia dalla sua parte, sono perlomeno più scarse. Fermo restando che se uno dovesse dare un giudizio (cosa che per quello che mi riguarda non farei mai), dovrebbe conoscere a fondo la situazione e i relativi dettagli. Io mi sono permesso sull'intervento che ho postato per prima, di fare una riflessione, perchè come tutti sappiamo, siamo molto condizionati e non riusciamo a distinguere bene le cose.Faccio un esempio: se invece di una signora che si lamenta di queste cose, fosse stato un uomo a farlo, ovviamente, nella quasi totalità delle persone si tenderebbe a pensare: chissà cosa ha fatto ai figli per meritare tutto questo. Mentre invece, trattandosi di una donna, siamo portati a pensare che forse un po' di petà la meriterebbe (sempre che quella lettera sia veritiera, ovviamente).Ho visto l'altra sera su Current, un servizio sulle madri che uccidono i loro figli piccoli. Ho visto in che celle si trovano, come vengono trattate, ecc.Per quanto riguarda le celle, ho un amico che è stato in carcere e mi ha descritto la situazione. Le celle che ho visto per quelle donne, sembravano mini appartamenti, nel confronto.Ci passa per la testa che se invece di una madre che uccide il proprio figlio, fosse un padre che commette lo stesso delitto, cosa gli capita a questo disgraziato?Io non dico che tutti e due (madre o padre) devono essere trattati bene; ma dico che è sempre di omicidio che si parla, della stessa giusta pena si deve parlare. Perchè questa differenza?Meno male che avevo detto di essere sintetico…"per apprezzare qualcosa parrebbe, bisogna arrivare a perderlo"Ebbene, anche se sembra strano, non giusto e perfino stupido, pare che sia proprio così!Chi può dire di essere felice?Sì, si può dire, ma subito dopo si pensa a qualcosa di più. La felicità dura solo un attimo, e poi si esaurisce subito. Però esiste nella memoria, in pratica la felicità appartiene al passato. Tutti noi, indistintamente, quando ci sentiamo un po' tristi, ricordiamo le cose di anni passati, e diciamo: quelli erano tempi bellissimi, ma subito dopo ci viene in mente che quando vivevamo quei tempi, non pensavamo di essere felici.Beh, ti saluto, altrimenti divento perfino più lungo ti te.Antonio.

  4. utente anonimo

    @Antonio:
    mi pare che sfumature a parte, si abbia posizioni se non uguali, assai simili e con molti comuni denominatori.

    Ho provato a cercare dei collegamenti in ciò che scrivi.

    Per esempio:
    "Ritengo giusto che non è detto che chi fosse in estrema minoranza, debba necessariamente essere nel torto, ma di probabilità che la ragione sia dalla sua parte, sono perlomeno più scarse"

    e poi più avanti:
    "Io non dico che tutti e due (madre o padre) devono essere trattati bene; ma dico che è sempre di omicidio che si parla, della stessa giusta pena si deve parlare. Perchè questa differenza?"

    Così rapidamente, scorro note di cronaca di agenzia, dove si trovano cosette del genere:

    Giù da balcone per sfuggire a stupro
    Arrestato aggresore romeno a Caserta, la giovane è grave. (Ansa, 4 Luglio, 15:06)

    Giovane scomparsa, ritrovato corpo
    Nel punto indicato dall'ex fidanzato reo confesso dell'omicidio(Ansa, 3 Luglio 17.34)

    Abusi in cambio dolci: arrestato 83enne.
    Accusato di rapporti con bambine che avevano meno di 10 anni.
    (Ansa, 3 Luglio, 11:16)

    Omicidio-Suicidio nel Cremonese
    Tragedia ad Agnadello, corpi trovati in auto vicino al cimitero
    (ANSA) – AGNADELLO (CREMONA) –3 LUG – Una nuova tragedia passionale nel Cremonese, dove un uomo di 28 anni ha ucciso la fidanzata ventenne e si e' tolto la vita. (Ansa, 3 Luglio 09:39)

    Claps: esami su bottone abito talare
    Confronto con la tonaca del parroco della chiesa
    (..) Obiettivo e' approfondire i diversi aspetti delle indagini relativi ai tempi successivi all'aggressione subita da Elisa e alla sua morte.
    (Ansa 2 Luglio, 21:33)

    Aggredisce convinvente con 10 coltellate
    ultimo aggiornamento: 05 luglio, ore 17:44 Ferrara – (Adnkronos) – La violenza a Ferrara. Autore un 54enne del posto che ha confessato di sentirsi "in trappola, non avevo vie di fuga e volevo che morisse". La vittima è ricoverata in ospedale in gravi condizioni

    Eccetera.
    Un'occhiata alla realtà,
    sembrerebbe darci una rappresentazione in cui una MAGGIORANZA di uomini si accanisce violentemente sulle donne e c'è, come corrispettivo, una minoranza di donne a far lo stesso.

    Non sarò io che promuoverò dei pregiudizi, questo no. La necessità di confermare sempre un giudizio, ogni volta, è la scelta di non riunciare alla ragione del giudizio, dove il pregiudizio cede a degli automatismi in cui la ragione lavora assai in economia.

    Però debbo pur prendere atto della realtà e sei tu stesso che sembri offrire forse, la direzione di una risposta:

    Io non dico che tutti e due (madre o padre) devono essere trattati bene; ma dico che è sempre di omicidio che si parla, della stessa giusta pena si deve parlare. Perchè questa differenza?"

    Ritengo giusto che non è detto che chi fosse in estrema minoranza, debba necessariamente essere nel torto, ma di probabilità che la ragione sia dalla sua parte, sono perlomeno più scarse"

    Ecco, Antonio, tenendo un occhio su ciò che la realtà ci racconta, forse è più scarsa la proabilità che la ragione sia dalla parte degli uomini? ;-)))

    Limitiamoci a prendere sul serio i dati oggettivi della realtà, preoccupandoci ed offesi se siamo maschietti, ma dovremmo esserlo contro tanti nostri colleghi di genere soprattutto, che contribuiscono alla concretizzazione di pregiudizi di categoria e dunque aggiungono ingiustizia ad ingiustizia.

    E consideriamo le probabilità per quello che sono: non sono una ragione per rinunciare alla ragione del giudizio per una scorciatoia, un pre-giudizio: ogni volta dovremo rifare un processo, mettendo pregiudizi, ovvietà e conformismi da parte,
    perché in fondo, hai ragione: un omicidio è un omicidio, un torto è un torto e a noi spetta il compito di discriminare, non tanto uomini e donne, ma peccato da peccatore, reato da reo, che comunque resta persona, con la sua dignità umana da riconoscere.

    Anche quando quella persona, non l'ha riconosciuta a qualcuno a noi, tocca riconoscergliela lo stesso la dignità di persona, a denti stretti se vuoi, ma bisognerebbe farlo;
    questo anche perché la proposta da fare, deve far emergere bene la differenza, per essere proposta credibile, la differenza tra la proposta nostra e quella di quel soggetto che non ha riconosciuto la persona e ha umiliato il riconoscimento di dignità della persona per esempio, quando poteva scegliere (e se puoi scegliere, ti tocca nella libertà, la responsabilità inevitabilmente e proporzionalmente).
    Altrimenti, non lo facessimo almeno noi, resterebbe una proposta ambigua, che lascia ombre e domande come:
     Perchè questa differenza?

    Leggendo ciò che scrivi, comunque deduco che abbiamo molti elementi di base condivisi e che se devono esserci cose differenti, appaiano più come sfumature o comunque aspetti accordabili dove si possano rintracciare elementi di base, nucleari,
    una sintesi insomma, in quello che si potrebbe dire,
    dialogo costruttivo.

    Buone cose,
    A.

  5. utente anonimo

    Caro Alieno, mi fa piacere che deduci di condividere gli elementi di base, e al limite tra noi ci sono sfumature, ma poi mi riporti sei casi dove, all’apparenza, sembra che i maschietti siano leggermente brutali… (escluso ovviamente i reati di pedofilia).Dicono che siamo circa sei miliardi e mezzo di persone nel mondo, e mi citi solo tre casi di uomini che fanno del male alle donne.Anche se lasciassimo perdere questo, ciò basterebbe a giustificare i reati che commettono le donne verso gli uomini? Basta questo per renderle diverse in caso di detenzione?Io non ti voglio assolutamente fare un elenco di casi di donne che hanno soppresso degli uomini, perché si arriverebbe a dire: tu hai mangiato più ciliegie di me; no, non è vero…Io ti avevo casualmente accennato del mio amico che era stato in carcere. Non gli ho chiesto il permesso di parlare di lui, ma visto che non farò nomi, non credo che ci sia niente di male.Ebbene, questo mio amico ha sparato dieci colpi di pistola a sua moglie, uccidendola!Non sono un masochista, stai tranquillo.Vediamo i fatti: dopo il matrimonio era nata una bambina. Tutto bene, tranne che già da prima del matrimonio la madre della ragazza, era un po’ invadente per qualsiasi scelta della figlia, e quindi di conseguenza, anche del mio amico. Lui pensava che la fidanzata si comportava così, perché viveva coi suoi genitori, ma dopo sposati, avendo a disposizione “qualche” appartamento, la ragazza si sarebbe staccata dalla madre. La sua fidanzata era molto intelligente, però completamente succube della madre. Al mio amico la cosa non andava giù, e dopo due anni di matrimonio, chiese la separazione, per dare uno shock alla moglie per farle capire che la sua famiglia era la loro figlia, lei e lui. Certamente tenevano di conto i rispettivi genitori, ma la famiglia vera doveva essere formata da loro tre. Sfortunatamente, sua moglie, non aspettandosi una reazione del genere, si attaccò molto di più alla madre ed il mio amico le disse che sarebbero arrivati al divorzio se lei non smetteva di chiedere sempre consigli a sua madre. Sua moglie arrivò (suppongo consigliata da sua madre) a dirgli: o torni con me, o tua figlia te la puoi scordare. Non la faccio lunga, ma dopo un anno che al mio amico tutti davano ragione, lui la figlia non la vedeva mai. Assistenti sociali, psicologi, il pretore che da un giorno alla settimana decretò che lui la poteva vedere due giorni alla settimana, e anche per le ferie e per le feste di Natale. Tutti erano favorevoli a lui, ma lui continuava a non vedere sua figlia, perché quando si presentava, la moglie gli diceva o che era da sua madre, o che si era sentita male ed era dalla cugina, o che l’aveva affidata ad un signore dello stabile che il mio amico neanche conosceva… Dopo un anno, al mio amico scattò l’idea che per poter stare con sua figlia, aveva bisogno di una pistola.Dopo il fatto, tutti si misero dalla parte della moglie, senza riflettere che se il mio amico: una pasta di uomo, lavoratore, senza grilli per la testa, era arrivato a quel punto, era probabile che una ragione ci doveva essere. Ovviamente, con quel gesto ha finito il disastro iniziato da sua suocera e continuato da sua moglie, perché sua figlia, almeno un genitore l’aveva e in rarissime occasioni ne aveva perfino due. Da quel momento è come se fosse rimasta orfana, visto che poi è stata affidata ai nonni materni che le hanno fatto un lavaggio di cervello pazzesco, dal momento che la disgrazia per tutti è successa quando lei aveva 5 anni. Quindi, oltre per sua figlia, lutto per i suoceri, lutto per i genitori del mio amico e lutto per gli amici che avevano in comune.Ora, caro alieno, secondo te, chi è stato più colpevole in quell’omicidio? Lui, sua moglie o sua suocera?Con questo voglio dire che anche le donne quando commettono delitti di quel genere, prima di prendere posizione, bisognerebbe vedere quello che è successo prima, perché se scattiamo una fotografia al momento del crimine, in automatico ci mettiamo dalla parte della persona che in quel momento ha rimesso di più (e anche qui ci sarebbe molto da discutere), ma la questione va analizzata più profondamente.<span style="font-family: times new roman;"><span style="font-size: 12pt;">Antonio.</span></span>

  6. Tisbe

    Io l'ho sempre sostenuto che fare la gara a chi ha ucciso di più non porta da nessuna parte… <img alt="" src="/misc/smiley/Forum/devil.png" title="" /> e questo vale anche in politica<img alt="" src="/misc/smiley/Forum/ninja.png" title="" />. Io credo che in questi casi bisognerebbe usare la regola della giurisprudenza: applicare regole generalissime a fatti particolari <img alt="" src="/misc/smiley/Forum/wink.png" title="" />

  7. utente anonimo

    Caro Antonio, scrivi:

       

    (..) mi fa piacere che deduci di condividere gli elementi di base, e al limite tra noi ci sono sfumature, ma poi mi riporti sei casi dove, all’apparenza, sembra che i maschietti siano leggermente brutali… (escluso ovviamente i reati di pedofilia).
     

     
    Appunto, condividiamo gli elementi di base e ci sono sfumature diverse nella lettura della realtà. E la realtà è una verità oggettiva che va assunta anche quando è tremendamente scomoda, anche nei suoi squilibri, proprio per non fare l'errore più comune di continuare a perseguire squilibri.
    Perché l'alternativa ad uno squilibrio in cui, la realtà manifesta, ci mostra la più frequente e diffusa brutalità degli uomini, non è punire gli uomini, ma lo squilibrio degli uomini, l'alternativa ad una scellerata attitudine e cultura maschile "primitiva" che si misura con se stessa in modo violento (uccide e si uccide) e dunque si relaziona così anche al gentil sesso (che naturalmente, a volte gentile non è affatto) perché è in qualche modo la sua "forma mentis" per elaborare i problemi e le difficoltà, la sofferenza o la paura (e spesso elabora malissimo), l'alternativa dicevo, non è quello di un generalista, massimalista proporre una cultura di tipo discriminatorio che codifichi un pregiudizio,
    ma sempre un giudizio. senza facili scorciatoie e tentazioni di fare sintesi di quel processo della ragione che ogni volta, ogni santa volta, ha ragione invece di compiersi per confermare o escludere una conclusione, caso per caso, soggetto per soggetto ed analizzando ogni elemento che ci aiuti quanto si possa, a ridurre la nostra naturale impossibilità di compiere una giustizia perfetta, però restando nella necesità di doverla comunque amministrare. E dunque tocca proporsi il lavoraccio che spiega Tisbe al commento successivo: la codificazione è sempre ampia e non prevede i singoli casi specifici in ogni dettaglio, non ci è possibile fare una norma calibrata su ogni individuo in ogni infinita possibilità in cui prevederlo, ma per compensare, infatti, non c'è un ufficio automatico che applica legge, occorre un processo in ogni sua fase e per compensare il divario tra ciò che la norma prevede in modo generale ed il singolo caso specifico, il diritto prevede una fin troppo ampia discrezionalità del giudice nell'applicazione della norma o meno.                                                                                                                         Non possiamo leggere la realtà, che piaccia o dispiacca, ci racconta che la violenza dell'uomo è più frequente, che la sua forma mentis elabora soluzioni di tipo distruttivo (anche auto-distruttivo), primitivo, traducendo in una strategia che compensa lo squilibrio ponendone un altro (a vantaggio della donna e svantaggio degli uomini), perchè è un pregiudizio e dunque una rinuncia ad un giudizio nel necessario, scomodo ma irrinunciabile processo della ragione che deve compiersi di volta in volta e perché si abbatte, ingiustamente, sui tanti uomini migliori che non meritano questa discriminazione, che non dico di premiarli per essere migliore, atto dovuto, ma certo non meritano discriminazione e punizione. E così, anche, non meritano premio le donne che non sono rarissima eccezione, violente ed ingiuste con gli uomini.                 Un'ingiustizia non giustifica davvero un'altra ingiustizia di rimando, uno squilibrio si contrasta proponendo un equilibrio e non un altro squilibrio ed un giudizio non è rimpiazzabile con un pregiudizio. Cioé abbiamo comuni denominatori, la realtà dove gli uomini subiscono ingiustizia la leggo, leggo anche una realtà drammatica dove gli uomini hanno attitudini parrebbe più frequentemente a porre prevaricazione sulle donne e però questo non ci autorizza a fare sintesi-scorciatoia. Semmai dovremmo dire che noi maschietti, dovremmo essere molto, molto arrabbiati con i nostri colleghi di genere, perchè costoro ci discreditano ed alimentano squilibri, pregiudizi che non ci meritiamo. Un po' insomma, come quando ci si costituisce come parte civile a dire che abbiamo subito un danno di immagine per categoria. Ma la legge deve essere coerente, valutando caso per caso ed il giudice deve essere credibile, facendo un processo ortodosso con la ragione per formulare un giudizio senza indulgere in un pregiudizio. E questo mi pare che talvolta non sia la proposta che si sta facendo. Leggendo la storia che racconti, spiace dirti però, che continuo a trovare giusto tener di conto chi ha pagato di più. E la violenza omicida è un atto irrimediabile, un danno sommo che sovrasta ogni altro e salvo casi particolari (previsti dalla legge) di infermità mentale, cioé inconsapevolezza, non vera scelta dunque, oltre a casi di legittima difesa in casi contingenti, resta per me giusto che sia sempre chiaro che lì c'è la maggiore e più grave responsabilità da assumersi. Tant'é che anche in quei casi eccezionali, infermità mentale o legittima difesa, comunque è atto dovuto un processo, perché sempre deve essere messo in evidenza che l'atto violento omicida è un atto gravissimo, anche quando non è volontario, premeditato eccetera. Ciò non toglie che so di padri che hanno difficoltà a vedere i figli e spesso, ridotti alla fame a dormire in auto obbligati al mantenimento di una moglie che sta meglio di loro e che non contribuisce in alcun modo a sviluppare, manterene il sereno rapporto affettivo con il padre, anzi, lo boicotta anche perversamente e ciò non è naturalmente, giusto. La fotografia, però non basta: è un elemento che parteciperà al processo con la ragione per trarne conclusioni, ma non basta per ottenere una scorciatoia del giudizio. Comunque la cronaca di questi giorni, purtroppo, sembra essere quasi fatta apposta per confermarti la lettura della realtà che ti dicevo, dove il maschietto più spesso della femmina, elabora in modo primitivo i suoi problemi, sofferenza, paura, cioé più brutalmente.    Ti fai un giro veloce in qualsiasi agenzia di informazione ed in cronaca il dramma va in scena spesso con lo stesso copione: lei lascia lui e lui la uccide, talvolta concludendo con un suicidio tentato o riuscito. Evidentemente c'è un problema su cui si sta lavorando poco e male. Per quanto mi riguarda, c'è una cultura ambigua, confusa e schizofrenica e si lavora malissimo sulla consapevolezza del sé e sui valori esistenziali (la dignità della vita umana, propria o altrui, assiologicamente non emerge bene il valore "vita umana" e dunque la risoluzione estrema non ha adeguati contrasti e freni). Sono da anni ed anni in azione dispositivi volontari o sponsorizzati istituzionalmente (Stato, Regioni, Comune) di sostegno e di aiuto per le donne oggetto di violenza. E' giusto. Ma quand'é che ci rendiamo conto che occorrono anche per gli uomini? Che non riescono ad elaborare adeguatamente  le proprie paure, il proprio dolore, la propria sofferenza e diventano così abbandonati, mine vaganti a fare vittime e diventarlo anche loro stessi, diventando cieci e disperati, ma anche disperanti per tutti. Non se ne può più di leggere in cronaca sempre lo stesso copione, lo stesso rito primitivo. Bisogna investire per distinguere l'uomo dal suo difetto e dal suo male, promuovendo il primo e senza indulgenza ed ambiguità condannando il secondo proprio per promuovere la persona. Sono stanco di leggere articoli così: TRENTENNE UCCIDE EX FIDANZATA DI 16 ANNI    E SI AMMAZZA VICINO MESTRE. (Ansa, 11 Luglio, …

  8. utente anonimo

    Caro amico, mentre ho iniziato a leggere il tuo testo, mi pareva strano che tu non vedessi quello che tra le righe, avevo scritto, e già pensavo a cosa dovevo scrivere dopo. Proseguendo, mi sono accorto di essermi sbagliato, perché tu, dopo, hai più o meno riportato quello che avrei voluto dire. Però, dato che devo scrivere, vorrei sottolineare che mi sembrava chiaro che la faccenda del mio amico: “Dopo un anno, al mio amico scattò l’idea che per poter stare con sua figlia, aveva bisogno di una pistola”, mi sembra più che evidente che l’esasperazione procuratagli da chi sia sia, lo ha fatto così sragionare, da portarlo a distruggere tutto quello che aveva di più caro nella vita. E’ una cosa molto diversa da un rapinatore che entra in banca, prende un ostaggio e fa un conflitto a fuoco con dei carabinieri. Quest’ultimo, potrà invocare la seminfermità mentale, ma poi sta al giudice dare il giudizio e stabilire la relativa sentenza. Con questo, lungi da me giustificare un omicidio, ma per me, a parte l’amicizia, ritengo che lui aveva la responsabilità di chi, in auto, nell’affrontare una curva, sbanda ed uccide una persona sul marciapiede. Sì, certamente, nel caso specifico, si punirà l’automobilista per mancata prudenza ed altro, ma siamo su questi livelli.E, nota bene, se scambiamo i ruoli, cioè fosse stato lui a sequestrare la figlia, per non farla vedere alla moglie, per uno stupido ricatto, e lei, alla fine esasperata lo avesse ucciso. Per me, lei avrebbe avuto la stessa responsabilità che io avevo dato all’automobilista.Allora, cosa c’è che non va? E’ la Legge che è sbagliata. Perché è in uso che deve essere sempre la madre (tolto che in particolarissimi casi), l’affidataria del minore, sapendo quasi per certo che si sta mettendo in mano ad una persona (tra due) l’arma del ricatto? Sì, è facile dire: ma che stai dicendo…Purtroppo la stragrande maggioranza dei casi, come tu stesso riporti nel finale, è proprio così.Le donne vorrebbero la parità con gli uomini? Magari fosse vero, magari volessero scendere dal trono, magari accettassero di stare solo un po’, al sopra di noi! Magari!Certamente, non tutte sono così, molte si rendono conto dell’inferiorità degli uomini, e non fanno pesare la loro superiorità. Ma per il resto: o non se ne rendono conto (possibile?), oppure a loro, semplicemente il problema non interessa. Ma su questo, per me fanno male, perché poi, ciò porta, per gli uomini un po’ deboli, ad un livello di sopportazione oltre le loro possibilità, e purtroppo l’esplosione che ne consegue, finisce per danneggiare sia i colpevoli, che gli innocenti.Dobbiamo renderci conto tutti, sia gli uomini che le donne, che siamo animali diversi: simili, ma diversi. Che ambedue riteniamo necessario e piacevole, per moltissimi motivi lo stare insieme, ma ambedue rendersi conto che non possiamo pensare in una logica ed univoca maniera, perché abbiamo tutto di diverso dall’altro. Certamente dobbiamo trovare più punti possibili di intesa, di amore, di amicizia, di essere decisi a percorrere la stessa strada, ma consapevoli che mai potremo essere due putrelle di un binario. Bisogna prendere alla lettera la frase: due cuori e una capanna.Due cuori, quindi distanziati, ma in una capanna, nello stesso posto.<span style="font-family: times new roman;"><span style="font-size: 12pt;">Antonio.</span></span>

  9. utente anonimo

    Cara Tisbe, hai scritto quattro parole ed hai fatto un errore…Sto scherzando.Se vuoi, lascia un tuo commento come facciamo noi. Se sei veramente una donna, potrebbe essere interessante un tuo pensiero su questo. Per quanto riguarda "l'azzuffamento", come puoi vedere, tra me e l'alieno c'è un dialogo di un buon livello, e sono sicuro che anche a lui faccia piacere scambiare due chiacchiere, con una persona che è quasi daccordo con lui, ma che si sta confrontando solo su delle sfumature.Non preoccuparti per l'errore, ne faccio molti anch'io.Antonio.P.S.: Ovviamente l'invito vale anche se sei un uomo, ci mancherebbe.

  10. utente anonimo

    Caro Antonio, confermo il pensiero che il dialogo nostro sia incentrato su sfumature, su accenti diciamo.
    Tu poni l'accento su alcuni aspetti rintracciabili in percorsi meno praticati, come dire.. il tuo accento è utile per opporsi ad un conformismo di maniera e di lettura che, hai perfettamente ragione, in alcuni casi produce ingiustizia, squilibrio. Ed è giusto, dunque, che si faccia anche quel percorso.
    Anzi, direi che se non lo facessi tu, se mancasse quella prospettiva che porti, probabilmente l'assumerei io stesso.

    Dal momento che le vicende umane mi interessano senz'altro (nulla di ciò che è umano mi è alieno, la scelta del mio nick è anche in questa lettura provocatoria e non casuale) e dato che fai emergere tu un aspetto che merita considerazione se vogliamo riflettere in una ricerca di equilibrio,
    in sostanza mi limito a lasciare che sia tu ad esporre il racconto di una parte squilibrata che va corretta e calibrata ed io mi limito a vigilare che non si compia lo stesso errore per cui si è arrivati allo squilibrio che segnali.
    Ecco perché mi sono proposto di mettere un accento su alcune considerazioni particolari che non erano nel solco di una distanza vera e propria, una solida contrapposizione da colmare, ma  nella stessa sensibilità in quella ricerca di equilibrio che si concretizza anche  nella eventuale necessità di codificarlo, cioé di normalizzarlo facendo norma, legge calibrando meglio la proposta attuale.
    Che è indubbiamente come dici: a produrre anche degli squilibri svantaggiosi per gli uomini che rasentano la rappresentazione di un pregiudizio contro gli uomini e che in molti casi vedono, però, ingiustificata applicazione, una riduzione del giudizio.

    Ma non dimentichiamoci che se siamo arrivati a questo punto, è appunto nel tentativo di correggere una stortura opposta, anche più ampia di pregiudizio a sfavore delle donne e sicuramente, con meno tutele riconosciute e per un bel po' di tempo, direi
    da sempre.
    Questo non significa certamente che bisogna contentarci in una sorta di legge del contrappasso, significa che come sempre, quando ci si pone un tentativo di correzione e tanto più quando quella necessità è avvertita come priorità emergenziale, è facile, assai facile produrre uno squilibrio di segno opposto, la tentazione ed anche il moto di reazione tendono naturalmente a prendersi cura di un pregiudizio sconfinando nel pregiudizio rovescio.
    In effetti le emergenzialità e la codificazione nel seno di priorità emergenziali, sono di grana grossa, non ci vanno troppo per il sottile, sono generalmente e ruvidamente capaci di creare tante ingiustizie in tanti singoli casi che per sua natura di gravità, l'emergenza considera poco.
    Detto questo, si deve anche proporsi che la natura emergenziale (ed era sicuramente associabile l'istanza femminile, a buon diritto e ragione di essere tutelata dal pregiudizio maschile, con uno stato di emergenza per sua diffusione e gravità, non più tollerabile per acquisita diversa sensibilità culturale), è appunto, una natura che deve essere di provvisorietà di misura, poi ci si deve proporre appunto, una miglior analisi, una grana più fine, un miglior equilibrio, perchè la perduranza dell'emergenzialità, altrimenti diventa "cronicizzazione" di squilibrio che pur avendo avuto funzionalità correttiva e di compensazione urgente,
    non va assolutamente bene, non è adeguata e diventa appunto un'errore, quello di introdurre un nuovo squilibrio, soltanto di segno diverso.

    Ecco perché mettevo l'accento su alcuni aspetti che devono essere la base, il punto di riferimento in una riflessione del genere, per evitare che si perpetui un moto che conduce da uno squilibrio all'altro senza soluzione di continuità.

    E la base rintracciabile, il comune denominatore tra istanze maschili e femminili, entrambe categorie di pari dignità e dunque degne di tutela e tentativo di porre giustizia e codificazione relativa,
    è appunto il rispetto tra individui, tra persone, indifferentemente dal genere sessuale o altra distinzione che si voglia ed il valore primo da considerare, è quello della vita umana in sé, un valore che deve restare sopra di tutto ben chiaro nella gerarchia dei diritti (e dei doveri relativi): il diritto di vivere.
    Perché sappiamo bene che comunque, se si vuole relativizzare a piacimento, cambiando prospettiva, si finirebbe per avere sempre e comunque un valore incoerente, non rintracciabile riferimento, ci sarà sempre una possibile speculazione per legittimare o attenuare l'azione violenta, l'omicidio.
    E' per questo che sono ben disposto a pormi nella prospettiva di ogni parte, ma metto l'accento in primo luogo, sulla necessità di non andare mai a mettere in discussione la priorità del diritto alla vita per cui ciascuno deve avere consapevole il dovere, che è l'atto più grave che non troverà legittimazione, non fosse altro per il fatto che è un atto non sanabile, non c'è modo di recuperare, negoziare o compensare l'atto violento che uccide e una volta che hai ucciso qualcuno, gli azzeri e precludi ogni altro diritto e dignità da riconoscergli: il diritto di non essere picchiato, stuprato, minacciato, offeso con calunnia, defraudato della propria dignità e libertà… quando uno è morto, è morto e crolla ogni altra possibilità di tutela e perfino, di assunzione ed imputazione di responsabilità per ripagare un'ingiustizia verso qualcuno o verso la società.

    Detto questo, se tentiamo di adottare filtri a grana troppo fine, intanto siamo impossibilitati a codificare perché è impensabile che si possa fare norma per ogni singolo caso specifico possibile e qui, infatti,
    Tisbe ha detto la sua, non si è sottratta, diceva che tocca usare la regola generale, per quanto tematicamente proposta, la legge ha sempre questo requisito nel rivolgersi a chiunque incappi in quella condizione e situazione da disciplinare, ma mai sarà una norma particolare specificatamente misurata in partenza, su un singolo individuo nella sua singolarità di caso e circostanze.

    Il fatto particolare allora troverà (o dovrebbe) infatti, la discrezionalità del giudice sia nel rintracciare la norma più appropriata o più norme a disciplinare in materia di quel fatto, sia nell'applicazione di vari elementi (attenuanti, aggravanti) e tentando nella sua discrezionalità imparziale, di "misurare" la legge generale nell'applicazione del caso specifico.
    E' il giudice che, insomma, tenta di appianare la distanza tra il "generale" in cui la norma è prevista ed il "particolare" in cui trova applicazione quella disciplina nell'imparzialità, terzietà di arbitrio usando la sua discrezionalità.

    Ma diventa assai più difficile, il dibattito, quando ci proponiamo di sondare le sfumature della mente umana, della psiche, di cui oggettivamente poco sappiamo e certamente non siamo in grado di cavarcela con formule precise di tipo matematico.

    E dunque potremo vedere una sconfinata serie di casi border line, dove il confine tra la patologia vera e propria e la piena intenzionalità nel possesso delle proprie facoltà, è un bel teorema da risolvere ed alla fine restando spesso e volentieri il dubbio.

    Questo perché se già la patologia come definizione, spesso sembra più rintracciabile con criterio etico e filosofico che di tipo scientifico, nn abbiamo nemmeno gli strumenti per leggere davvero nell'anima e nella testa di un altro, si va insomma, spesso, a "buzzico" come si dice dalle mie parti, confidando di azzeccarci.
    Ed a volte non ci si azzecca.
    E nn ci salva nemmeno il ricorrere, nel tentativo di adottare un criterio scientifico rilevante, a figure specialistiche, psicologi e psichiatri.

    Che infatti, possono prendere cantonate colossali.
    Ricorderai senz'altro il caso di Angelo Izzo, l'autore dell'orrore del massacro del Circeo.
    Nel novembre del 2004, i giudici del tribunale di sorveglianza decidono di concedergli la semilibertà.
    Ma i giudici, credo, si sono avvalsi appunto del criterio scientifico, scoprendone presto l'illusorietà: la perizia psichiatrica infatti, aveva stabilità l'idoneità di rizzo al regime di semilibertà, cioé difatto, dichiarandolo sano, guarito dalla sua patologia e semilibertà e non piena solo nell'ottica di ripagare il suo debito con la società, ma non più letto come minaccia e pericolo.
    E Izzo ne approffitta subito per ammazzare nuovamente, due donne, madre e figlia, legate, soffocate e sepolte nel cortile di una casa di un ex detenuto amico di Izzo.

    Nel 2007 Izzo è stato condannato all'ergastolo, ma insomma, era davvero impossibile doverci arrivare con la morte di altre due donne?

    Quello che aveva fatto prima, non era sufficiente? Viene da chiedersi cosa si deve fare allora, per meritarsi l'ergastolo, altro che semilibertà.

    Ma il punto è che effettivamente, quando andiamo nella singolarità del caso singolo su temi così complessi e per noi oscuri (fin dove uno è capace di intendere e di volere? Vediamo bene che l'applicazione della …

  11. utente anonimo

    … che l'applicazione della momentanea incapacità di intendere e volere, è spesso un varco per ottenere benificio di legge), ci resterà sempre difficile privarci del dubbio che si sia compiuta ingiustizia.
    E questo dovrebbe ricordarci, umilmente, che la pretesa di una giustizia perfetta umana e terrena, possiamo scordarcela alla grande, tutto quello che ci si può proporre è di non fare del nostro peggio.

    Ora tu dici che il tuo amico era esasperato. E dunque nella condizione simile a chi perde il controllo del veicolo, perdendo il controllo di sé.

    Ma, potrei osservare, volendo è fuori di sé, incapace di intendere e di volere e malato, chiunque uccida qualcuno: sfido chiunque a dirmi che si può considerare sano di mente e normale dove non c'è poi, una condizione dettata da contingenti necessità (legittima difesa) o accidentalità manifesta (si rompono i freni dell'auto) o manifesta e palese malattia mentale, chi arriva ad ammazzare qualcuno altrimenti, è volendo, riconoscibile non sano di mente, non propriamente normale.

    Ma normale in riferimento a cosa?
    Qui si vede che a monte della questione del diritto, della proposizione di codificare leggi e di interpretarle, così come a monte del preteso criterio scientifico,
    si deve porre un dibattito, una discussione Etica a monte a cui poi riferirsi tanto nella concretizzazione di una morale che ne consegue, tanto nella necessità di adeguare a quella morale, una codificazione, un sistema di legge ed anche i meccanismi della giurisprudenza per porli in essere.

    Ed in questa riflessione Etica a monte da fare, allora trovo necessario individuare una base di riferimento certa che è appunto, la difesa non negoziabile del diritto alla vita, da cui possono poi seguire a cascata, tutti gli altri diritti riconoscibili, le tutele da proporci, perché un morto, quando è morto beh, non richiede la stessa priorità.

    Per questo l'accento mio era su quest'aspetto, nell'ottica di un percorso da fare per rintracciare un equilibrio migliore possibile (perfezione da scordarsi naturalmente, ma se l'imperfezione della possibilità umana è certezza e costante, il tendere verso, la perfettibilità è un coefficiente da inserire senz'altro nella nostra progettualità proprio allo scopo di ridurre quanto si possa gli effetti nefasti della nostra natura imperfetta).

    E' come se ti avessi detto: d'accordo, non ignoro la prospettiva che mi dici, un percorso da prendere in esame, ma non mettiamo mai e poi mai in discussione il punto fisso di riferimento perché altrimenti,
    non avremo più alcun punto di riferimento, tutto sarà relativo e volendo,
    c'è sempre un motivo per uccidere.

    In una lettura filosofica o religiosa, direi che c'è sempre un'occasione per compiere il male o per proporsi il bene. A noi il non facile compito di discernere, nella libertà di scelta, assumendoci la responsabilità.
    Una persona palesemente malata e disturbata, ovviamente non è così libera di scegliere e di assumersi responsabilità.
    Allora dovremo essere coerenti, però e se la sua capacità di assumere responsabilità la riconosciamo limitata, dobbiamo anche limitare necessariamente la sua libertà oppure è una mina vagante, un pericolo per sé e per gli altri.

    La "semilibertà" di Angelo Izzo, per esempio, a me appare un'incongruenza notevole, un messaggio schizofrenico: o ti si riconosce la responsabilità, dunque sano e consapevole di quella libertà con le relative responsabilità da assumersi, allora beh, sii libero del tutto,oppure non sei sano o comunque, lo sei ma non offri garanzie sufficienti per farci capire che quelle responsabilità le capisci e le assumi con te, allora stai in cella a meditare, marcire, quello che vuoi, ma non a danneggiare gli altri come mina vagante, come minaccia prevedibile.
    Ma la semilibertà che diamine significherebbe? Ed infatti, la schizofrenia e l'incoerenza è spietatamente dimostrata dalla realtà: le due donne sono state uccise, non semi-uccise. E la semilibertà non garantisce la tutela necessaria alla società, è un compromesso che mi convince assai poco. E' come fosse figlio di un'incapacità di scegliere, un "ni": sei libero? Nì, semilibero..
    Boh.

    Il tuo amico, se esasperato fino al punto di perdere la sua lucidità, avrà allora necessità di cautelare lui e gli altri: una clinica psichiatrica?
    Deve essere ben chiaro, che l'autogiustizialismo, non può essere una scelta tollerata o attenuata: la giustizia l'amministra una parte terza, imparziale potendo essere anche per la sua terzietà e questa dovrà restare ben chiaramente la base di un sistema civile che prevede pochissime eccezioni (legittima difesa dicevo) e comunque, sia nel rintracciabile valore etico ricosciuto al diritto di vivere, prioritario su ogni altro (gli altri diritti, le altre dignità, possono discendere solo rispettando questo), sia nella scelta che il sistema culturale e di diritto più adeguato, è quell'esercizio terzo nel somministrare giustizia,
    continuo a vedere intollerabile l'atto compiuto dal tuo amico,
    se vuoi con la comprensione umana nella prospettiva di una patologia, ma non si può promuovere l'uomo se si promuove anche il male, l'errore, la patologia, tocca distinguere.
    Non merita la morte, infatti, ma merita senz'altro o le cure psichiatriche o le cure detentive che non ripagano certamente il danno compiuto, quello resta purtroppo, nella condizione di irrimediabilità, ma certamente è utile per impedire di reiterare (se hai valicato già quel confine per cui mettere in dicussione il valore vita, autolegittimandoti, è rintracciabile la minaccia più concreta), sia nel tentativo imperfetto, simbolico di ripagare in qualche modo l'ingiustizia irrimediabile (hai tolto libertà, perdi libertà), sia anche nel messaggio che è anche deterrente, perchè è facilmente comprensibile,
    se cominciassimo a rivendicare la legittimazione di atti così per torti subiti, allora sarà difficile capire dove dobbiamo rimetterli dei paletti che abbiamo tolto.

    Due cuori ed una capanna dici. Giusto: sono due inividui distinti che si fanno progetto unico e fin qui va bene.
    Ma dovremmo comunque ricordare che l'amore libera, non costringe.
    E' per sua natura libero e spontaneo nell'adesione e chi si illude di cambiare natura all'amore, beh, costruisce una farsa dell'amore autentico, un simulacro, un feticcio, ma non è più amore.
    L'amore può essere solo spontaneo e libero o è finzione e più non è.
    Significa naturalmente che l'amore è libero, è libertà, ma anche responsabilità, sempre libertà e responsabilità sono in relazione indissolubile, più libertà, più responsabilità.

    Quando si arriva ad uccidere o costringere l'altro che ami, certo, probabilmente abbiamo anche una fragilità di chi si trova improvvisamente tolta la possibilità di fiducia di essere amato ed è una cosa tremenda, perchè credo ben poche cose al mondo sono più tristi, se ce ne sono, di un amore non ricambiato e tanto meno non più ricambiato.
    Però chi arriva a quel gesto estremo, non ha più solo l'amore che riceveva tolto, ma toglie anche il suo: qui bisognerebbe investire di più, anche su questa consapevolezza. Anche, se vuoi, leggibile con una lucida logica.
    Nel momento in cui qualcuno non ti ama più, se tu lo vuoi morto, riesci a pensare una cosa simile, così come alla sua sofferenza da te indotta,
    senz'altro significa che nemmeno tu ami più quella persona.
    E se non la ami più, beh, sarà il caso di essere onesti con se stessi
    e dirsi che non c'è più una vera ragione per fargli male: non ci ama, nn la amiamo. Fino a prova contraria, far sofferenza o torto all'altro, tutto è tranne che nella natura dell'amore, che è di libertà e spontaneità e in quelle, naturalmente desidera il bene della persona amata,
    fosse anche accollandosi sacrificio, fosse anche l'ingratitudine,
    vorrà dire che proprio quello sarà il merito di chi ama.

    Poi in questa storia, manca anche il racconto di una parte lesa che eppure, è appunto parte estremamente rilevante della "capanna": la figlia.
    E lo strazio del dramma umano, visto dai suoi occhi, è un abisso.
    Anche la responsabilità del padre, vista da quella prospettiva, è immensa.

    Secondo me si può essere anche due putrelle del binario unico, su cui per una parte del percorso, guidare il frutto di quel progetto che va nella stessa direzione: un figlio. Credo che in quel momento, essere putrelle dello stesso binario, diventi un dovere di responsabilità e di amore e dove manca quello necessario tra le due putrelle, che valga allora un amore superiore per il figlio.
    E' che l'amore richiede anche sacrifici e responsabilità che nella cultura attuale, non sono promossi come valore, ma sono addirittura delegittimati e perciò si promuove un sistema squilibrato, una …

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