Capire l’uomo

Carissimi lettori, abituali e di passaggio, oggi voglio sottoporvi una lettura tratta dal saggio di Fromm "Anima e Società" che parla della specifica condizione umana.

Se si vuole capire l'uomo, si devono prendere in considerazione le condizioni specifiche della condizione umana. L'uomo è un animale, e non è un animale. L'uomo è interno alla natura e la trscende. Se mi permettete, egli è un capriccio della natura. E' il solo essere vivente che abbia coscienza di sè. E questa condizione particolare di essere interno alla natura e di trascenderla, di essere autocosciente e di aver raggiunto un minimo di sviluppo degli istinti, definisce la condizione umana, e solo essa.
Gli animali sono essenzialmente guidati nel loro modo di vivere e di agire dagli istinti. La vita degli animali è il risultato delle capacità che la natura concede loro in dote, ma l'uomo ne riceve una parte molto scarsa.
L'uomo deve vivere facendo affidamento solo su se stesso. Fin dal giorno della sua nascita egli si confronta con una domanda a cui deve dare risposta; questa domanda sorge dalle dicotomie dell'esistenza umana, dalla singolarità delle condizioni proprie dell'esistenza umana.

Capire l

  1. L'uomo deve essere in relazione con i suoi simili. Chi non si mette in relazione con gli altri è folle. E in effetti questa è l'unica definizione valida di cosa sia la follia […]
  2. L'uomo deve mettere radici.[…] Credo che gli uomini possano osservare due tendenze: un desiderio di regredire e un desiderio di nascere. Una paura di lasciare ciò che è certo, i legami del passato, e contemporaneamente un desiderio di allontanarsi dalla presenza di queste certezze del passato e di addentrarsi in una situzìazione nuova.[…]
  3. Bisogno di trascendenza.
  4. Bisogno di indentità.
  5. Bisogno di un orientamento complessivo e di devozione verso qualche oggetto. Come è indispensabile avere la rappresentazione dello spazio per potersi muovere, così è necessario avere un'immagine della vita, che può essere razionale o irrazionale. […]

14 commenti su “Capire l’uomo

  1. utente anonimo

    Ritengo che queste considerazioni riguardino l'esistenza, qualsiasi esistenza, e che non siano perciò un'esclusiva dell'uomo.Il considerarci diversi da tutto il resto è un pregiudizio senza fondamento.  Un pregiudizio che offusca la nostra visione della realtà.La ricerca del quid che mostri la nostra differenza ontologica, essenziale, da tutto il resto del mondo è destinata inesorabilmente a fallire.Trovarla, infatti, equivarrebbe dividere in due l'infinito.L'esserci,  è dicotomia soggetto/oggetto. E io ci sono solo in quanto vi è altro da me. E' l'altro che fa sì che io ci sia, se l'altro (cose, persone, pensieri, emozioni…) non ci fosse, io non ci sarei.Roberto Vai 

  2. ermahico

    @robertoTroppo relativismo, anche se il ragionamento propone le complessità delle personalità o dei soggetti che interagiscono fra di loro, ambiente compreso, nella tua anlisi manca il riconoscimento dell'esistenza del punto "zero" da cui vedere senza influenze esterne quello che realmente si è.@tisbebel post.

  3. Tisbe

    @Roberto Vai, sono d'accordo con te sul fatto che non ci sia una differenza "ontologica" tra le diverse forme di vita, ma sicuramente c'è una differenza "fenomenologica" che non si può ignorare, e credo che a questo si riferessi Fromm ;-)@ermahico, grazie… sono passata sul tuo blog ma non vedo post nuovi…

  4. utente anonimo

    @ermahicoNon esiste alcun punto "zero" nell'esserci, da cui vedere ciò che realmente si è. Se ci fosse… quel punto sarebbe fonte della Verità assoluta.Ma la Verità non ci può essere. Perché se la Verità ci fosse, ripeto nell'esserci, nella dicotomia soggetto / oggetto, non sarebbe possibile la vita.Il relativismo è perciò una grande opportunità, perché se portato sino alle sue estreme conseguenze ci obbliga ad affrontare il Nichilismo.Il fatto che manchi il punto "zero" è perciò un dono della Trascendenza. La Trascendenza, ovvero della Verità, non c'é. Semmai è, ma cosa significhi essere, invece che esserci, non ci è dato sapere.La Verità non c'é, ed è proprio non essendoci che è il nostro fondamento.Roberto Vai

  5. utente anonimo

    @Tisbe,quando però le differenze fenomenologiche sono intese come differenze di sostanza, allora siamo in errore.Non è un errore da poco. Perché il degrado a cui stiamo assistendo, in particolare in Italia, si fonda su credere "Vero", assolutamente vero, ciò che appare solo come fenomeno  e non mostra perciò alcun fondamento certo.In particolare vi è un convincimento che più o meno tutti noi crediamo vero e che alimenta il Nichilismo.Ovvero crediamo che la realtà sia ciò che abita il presente. Perché per noi reale è solo ciò che è qui ora, in questo preciso istante, mentre ciò che era o che sarà non è per niente reale, ma lo era o lo sarà.Tuttavia, questa interpretazione del "fenomeno" del Divenire  non è affatto detto che sia la Verità…Roberto Vai

  6. Tisbe

    Guardo Roberto, che con me sfondi una porta aperta. Io sono la prima a criticare l'effetto devastante dell'hegelismo nella cultura occidentale, perché contrariamente a quanto si crede, all'origine del nichilismo c'è proprio il suo pensiero assoluto. Per quanto sia vero: "ciò che è ha il diritto di essere", io ne prendo le distanze perché oltre ad una realtà ontologica e/o fenomenologica, c'è un'esigenza Etica a cui dobbiamo rispondere con le nostre coscienze individuali e con quella collettiva.

  7. ermahico

    sto studiando ingegneria. ho dato già 3 esami ( non male per uno che lavora 8h + str. al gg e ha una convivente-quasi moglie) !studiando la matematica forse qualcosa che può dare una rappresentazione dell'essere come intangibile (ma finito) c'è.è il concetto di 'limite' cioè ponete il caso in una frazione che abbia due valori variabili ma che contemporaneamente per un certo istante siano entrambi Zero.teoricamente zero diviso zero non è identificabile, non esiste , non può esserci neanche, però se si sviluppa l'origine che crea i due zeri si può arrivare a un valore finito, (anche zero ).in tal caso l'esserci (il comportamento materiale che porta le variabili a quel valore in quel istante) porta a un essere.forse è un pò sbrigativo, ma sono convinto che non possono essere le verità a creare  incertezze ,ma il contrario è plausibile. situazioni incerte portate agli estremi danno la verità.Promosso Tisbe? accetto anche il 18 🙂

  8. utente anonimo

    Cara Tisbe,percepisco in ciò che scrivi la fede nella Verità. E questo è ciò che conta.Fede nella Verità che fa sì che ci si indigni dinnanzi allo squallore in cui langue la nostra povera Italia.Secondo me, il nichilismo ha radici ben più profonde. Esso nasce con la razionalità, è il suo lato oscuro.Nel momento in cui la realtà viene intesa come un che di razionale, assolutamente razionale, ecco che compare il nichilismo.Con la nascita della razionalità, ben espressa dal mito di Adamo, nasce pure il nichilismo.Le religioni, tutte le religioni, in quanto proclamano verità rivelate da accettare come atto di fede, sono soltanto dei rimedi per combattere il nichilismo.Rimedi che si stanno rivelando però ormai inefficaci. Perché la ragione non sopporta più di essere costretta a credere in ciò che non mostra il proprio fondamento.Anche le ideologie del secolo scorso erano dei rimedi, che ora non servono più.In questo modo saltano gli argini all'angoscia esistenziale, che è il più evidente sintomo dell'azione del nichilismo. Il quale si manifesta soprattutto come nichilismo debole, dove vige l'ogni lasciata è persa, dove l'importante è divertirsi, dove si sviluppano i fascismi e i berlusconismi.Se andiamo a vedere cosa contraddistingue il fervente berlusconiano, nella sua peculiarità… è che egli non crede nella Verità!Non riuscendo più a credere in una verità preconfezionata, che lenisca la sua angoscia, egli non crede più in alcun valore.Non lasciamoci fuorviare…La difesa di crocefissi, embrioni, ecc… è solo una maschera per non guardare in faccia la realtà: non si crede più in nulla! Neppure nella Verità assoluta.E' diventato urgente più che mai affrontare il nichilismo. E per affrontarlo occorre uno slancio di fede.Fede nella Verità, che non conosco, che non posso in alcun modo oggettivare (perché irraggiungibile nell'esserci: non c'é).Fede nella Verità, l'unica fede davvero necessaria.Roberto Vai

  9. utente anonimo

    @ermahico,complimenti per gli esami fatti.Ho ancora ben presente  l'impegno che ho dovuto mettere in ingegneria tanti anni fa, e studiavo a tempo pieno…Ritengo che la matematica applicata nel concreto, nel fare, sia il modo migliore per coniugare forma e contenuto.Soltanto lo stretto connubio di forma e sostanza ci permette infatti di percepire l'esserci nella sua realtà.Se si separano, invece, la sostanza diventa assolutamente inconoscibile, mentre la forma, svincolandosi dal contenuto, vola libera nel mondo del sogno e dell'illusione.Tipico esempio è il convincimento, presso molti matematici, di aver compreso cosa sia l'infinito. Avendolo formalizzato si convincono di averlo compreso. Illusione! Vuoto mentale tipico di questa nostra epoca.L'infinito occorre affrontarlo anche come essenza, non solo come forma!E quando la forma per esempio dice: "Senza fine", occorre viverlo davvero, esistenzialmente, cercandone l'essenza. Meditando sul concetto di "fine" e poi negandolo. E allora se ne potrà cogliere l'assoluta inconcepibilità.L'infinito, concetto trascendente. Indispensabile per il nostro pensare, ma solo come limite necessario, perché esso stesso è infatti inconcepibile.E in quanto tale annuncia la Trascendenza.Roberto Vai

  10. Tisbe

    @Roberto Vai, non fa una grinza il discorso che avanzi sulla razionalità, e non a caso ho nominato Hegel, infatti lui sosteneva che ciò che è reale è razionale. Riguardo la fede nella Verità, i discorso diventa più articolato perché se togliamo di mezzo le fedi religiose e le ideologia, cosa ci rimane? La domanda è: cos'è la Verità!

  11. utente anonimo

    @Tisbe,quando si crede vero, assolutamente vero, un che di oggettivo siamo nella superstizione.Ciò può capitare quando l'ovvio diventa certezza assoluta, oppure quando delle scoperte scientifiche sono credute assolutamente vere.Così come il credere in un dogma, ad esempio l'esistenza del paradiso, o in un'ideologia, come la purezza della razza o la forzata uguaglianza tra gli esseri umani.Queste sono tutte delle superstizioni.Viceversa, credere nella Verità, senza poterla definire e oggettivare, è pura fede.Quando si sceglie, si dovrebbe sempre agire con la brama di Verità.In caso contrario o si vive abulici nel mero esserci, oppure si agisce in nome di una superstizione.Chiedersi cosa sia la Verità è scopo della vita.Trovare una risposta significherebbe perciò essere giunti alla meta.Nel nostro esserci, la Verità, ovvero Dio, appare come puro Nulla.Sta però a noi, alla nostra fede, che questo Nulla sia fonte d'infinite possibilità, piuttosto che il Nulla assoluto.Roberto Vai

  12. utente anonimo

    @Tisbe,lo leggerò.Sono da molti anni affezionato discepolo di Karl Jaspers.Ho trovato grande ristoro nei suoi scritti. In particolare "Sulla Verità" e "Metafisica" che leggo e rileggo trovandoli inesauribili.Sono convinto che sulla Fede nella Verità si stia giocando il destino dell'umanità.Ti auguro un lieto divenire.Roberto Vai

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