Il matrimonio nell’usanza irpina

Il giovedì prima del matrimonio veniva portato lo lietto, cioè veniva portato il corredo nella casa nuziale; anche questa era un’occasione per festeggiare, ma la sposa non vi poteva partecipare, perché era assolutamente proibito andare a casa del fidanzato prima del matrimonio. Questa tradizione, a Morroni (piccolo centro dell’Irpinia), è stata mante­nuta fino a circa venti anni fa. Il giorno del matrimonio gli invitati si riunivano a casa dello sposo, di qui partivano tutti insieme per andare a prendere la sposa e portarla in chiesa. Qui le acquasantiere venivano sorvegliate da persone di fiducia, perché, durante la ­celebrazione del matrimonio, si potevano fare delle fatture. Quando il prete pronunciava le parole ora pro nobis la persona male intenzionata si metteva vicino all’acquasantiera e facendo dei nodi ad uno spago diceva: Diavolo attacca a quisto. Dopo la Messa, gli sposi facevano un giro per il paese per ricevere gli auguri degli amici e donare confetti ai bambini. Se la sposa aveva una cattiva reputazione, andando in chiesa correva il rischio di trovare la strada cosparsa di fagioli. Lo sposo indossava un vestito nero con panciotto, la camicia bianca, la c cravatta nera. La sposa era vestita di bianco o di rosa, in mano recava un mazzo di fiori di campo ed una borsetta in cui portava degli oggetti simbolici: tre pezzi di cuoio juvo, cioè il cuoio del giogo, sale doppio, una figura del Santo di cui era devota. Gli sposi tornavano a casa a piedi, la suocera li accoglieva, lanciando i confetti e petali di rose, poi, simbolicamente, rompeva il piatto che li conteneva. Il pranzo era molto elaborato; consisteva in pasta fatta in casa, spezzatino di coniglio, vari tipi di carne di animali da cortile ed infine la pizza ionna. Il mattino seguente al matrimonio, la suocera si recava in camera degli sposi per avere la prova della verginità della nuora. Da questo dipendeva la riuscita del matrimonio e la buona reputazione della sposa agl’occhi di parenti ed amici. I fatti persoli della sposa, difatti, venivano messi al bando dalla suocera soddisfatta o meno, ed in quest’ultimo caso poteva addirittura rimandare la sposa da suo padre. Per una settimana la sposa non usciva di casa, la domenica seguente si recava in chiesa col marito e per l’occasione indossava un abito nero detto “spolverino”. In questa occasione si diceva che la sposa “asceva a messa”. Dopo quindici giorni poteva andare a trovare i suoi genitori e raccontare della nuova vita.

(Franca Molinaro)

3 commenti su “Il matrimonio nell’usanza irpina

  1. albert

    sai qualcosa del Calitri Sponz Fest di Capossela dedicato alle usanze del matrimonio in irpinia?
    grazie
    albert

  2. Tisbe Autore del post

    Io preferisco questo articolo dell'ottima Mimma

    Un tempo erano rituali, non eventi. Un volta erano celebrazioni collettive, non esercizi di lusso per pochi contro molti. Il matrimonio un tempo era una festa di gioia, non una tortura organizzata per stoccafissi imbalsamati. Si condivideva il bene, non si ostentava lusso. Calitri riscopre il matrimonio, quello di una volta quello delle foto in bianco e nero, quello delle tavole imbandite dove sedeva tutto il paese, quelli nelle canoniche, o nei centri sociali, quelli che le ville in affitto non sapevano nemmeno cosa fossero. http://www.orticalab.it/Calitri-Vinicio-canta-il-

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *