Il cibo: un valore che nasce dal rispetto dei contadini e del lavoro

L’ispirazione arriva così, quando meno te lo aspetti.

In questo freddo pomeriggio terso, è giunta mentre conducevo ricerche sugli incentivi statali per l’energia solare. Mi sono imbattuta in un articolo che mi ha folgorata già nel titolo… e non sono stata più capace di porre freno ai miei pensieri. “Il cibo sarà di nuovo una valore” titola così, un interessante intervista del Sole24ore,  al profeta di Slow Food, Carlo Petrini.

Il cibo per me è stato sempre un grande valore, non tanto perché mi è mancato, ma perché so da dove viene, so quanto costa in termini di risorse umane, di cura e di tempo. Ho tentato (invano) di trasmetterlo a mia figlia e alle nuove generazioni, quelle che a partire dagli anni ’80 hanno trovato già tutto pronto. Quelli dal “morso e butta via”. Mia figlia, pur di non subire le mie ramanzine, nascondeva il cibo morsicato negli armadi e nei cassetti, senza comprendere il senso della mia indignazione, perché è il bisogno che insegna, e solo esso. Mentre il racconto è leggenda, favola, fantasia… Ma già ai tempi di mio padre c’era chi aveva tutto e non sapeva riconoscere il valore del cibo. Spesso egli raccontava delle ragazze “di paese” che raccoglievano la frutta, le davano un morso e poi la buttavano. Ecco, è proprio da qui che bisogna ricominciare, da questo gesto di mordere e buttare… Se tutti sapessero che dietro un solo frutto c’è un anno di cura, di amore, di attenzione, non butterebbero il cibo con tanta facilità. Se tutti sapessero che dietro un amorfo pezzo di carne c’è la vita di un animale: il musetto di un vitellino, o di una agnellino che trascinato al macello sembra invocare la madre. Se tutti sapessero che il cibo significa stroncare una vita… forse darebbero maggior valore a ciò che mangiano e non riempirebbero i secchi dell’immondizia di avanzi!

La ricchezza e l’eccesso di denaro non hanno solo effetti benefici, anzi, spesso producono effetti mostruosi, e tra questi c’è sicuramente il disvalore del cibo.

Eppure la ricerca di un maggior benessere ha allontanato gli italiani dalla terra, infatti afferma Petrini:  “Alcuni profeti laici, penso prima fra tutti Pier Paolo Pasolini, ci avevano detto che questa civiltà millenaria era a rischio di estinzione. Oggi noi dobbiamo prendere atto che, questa soglia minima, se si esaurisce ancora non ci dà una prospettiva bella per il futuro, tenuto conto che quel 4 per cento per oltre il 60 per cento ha più di 65 anni, noi abbiamo direi quasi i giorni contati per quello che riguarda l’agricoltura italiana”.

Ci dobbiamo interrogare del perché intere generazioni abbiano preso le distanze dalla terra, dall’agricoltura e dall’allevamento. Ci dobbiamo chiedere perché i giovani e i bambini di oggi non abbiano la più pallida idea del “dove” provenga il loro cibo.

Certamente un ruolo preponderante ha avuto la scarsa considerazione che la classe contadina ha sempre avuto nelle società succedutesi nel corso dei secoli. I “cafoni”, così denominati dispregiativamente, hanno sempre vissuto in miseria, e il frutto del loro duro lavoro, quasi mai permetteva  loro di condurre una vita dignitosa. La fuga dalla terra è stata una conseguenza prevedibile, come lo è stato il ricorso all’agricoltura intensiva.

Rieducare gli occidentali a rispettare il cibo equivale ad insegnargli a rispettare Dio comunque lo si concepisca, a rispettare il lavoro degli altri, e soprattutto, a rispettare la vita in ogni sua forma e manifestazione.

7 commenti su “Il cibo: un valore che nasce dal rispetto dei contadini e del lavoro

  1. annalisa scardigli

    E' la filiera che è davvero troppo lunga…..prima s'attreversava l'aia e dalla vicina si compravano uova e latte e la vicina sua volta comprava da noi farina di mais e di frumento, c'erano i polli che scorravano liberi, le mucche mangiavano cio che volevano, noi eravamo più poveri, ma assai più sani. Non mangiavamo ciliegie a Natale, e nella calza della befana era festa se c'era un giocattolo altrimenti una manciata di noci e mandarini

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