Tutte le lettere del Ministro Profumo

Piove! Governo ladro, direte voi.

No, piovono lettere.

Il destinatario?

Sempre lui, l’inossidabile Ministro del MIUR, Profumo.

L’antefatto? Un’infelice uscita del ministro tecnico:

ROMA – Legge di Stabilità. Gli insegnanti lavoreranno 6 ore in più a settimana. Il risparmio previsto dal Governo è stimato in 180 milioni di euro, ma solo una parte (ancora non quantificata) sarà destinata a rimpinguare il fondo di funzionamento della scuola. 24 ore in più al mese, questo si chiede agli insegnanti, in cambio avranno due settimane di ferie estive in più.

Immediate le proteste del mondo scolastico. Ho scelto per voi le più appassionate lettere aperte inviate al Ministro Profumo, per farlo indietreggiare rispetto ai suoi propositi.

«No, quelle 6 ore in più serviranno ad ammollarmi un’altra classe da seguire, e risparmiare così i soldi dello stipendio di un collega. Il che vuole dire, Egregio Signor Ministro, che io già oggi, con le classi stipate di 27/30 alunni, ho circa 90 ragazzini da seguire con le mie 18 ore; con 24 ne avrò circa 120. non voglio neanche pensare ai colleghi di altre materie, tipo lingue. Secondo lei, facendo anche un mero conto a spanne, la qualità del mio insegnamento migliorerà?
No, peggiorerà».

«Non so se valga la pena ricordare, anche stavolta, che un insegnante lavora molto più di 18 ore: quelle sono soltanto le lezioni frontali. Poi ci sono le ore di ricevimento, i consigli, le ore spese a correggere i compiti, eccetera eccetera. Parlare di 24 o di 18 ore insomma è un po’ strumentale: sarebbe più onesto dire che ci si sta chiedendo di lavorare il 33% in più a parità di retribuzione. Perché se ho sei ore di lezione in più dovrò anche prepararle, e probabilmente avrò una o più classi in più, ventine di genitori in più con cui interagire in ore che non sono conteggiate, il 33% in più di compiti da correggere eccetera (naturalmente posso impegnarmi meno, correggere meno compiti, interagire meno coi genitori: forse mi si sta chiedendo questo: di aumentare la quantità e diminuire la qualità)».

«Ma i professori sono stanchi, Ministro, sono stanchi di essere da una parte maltrattati, umiliati, squalificati, dall’altra lusingati e blanditi con chiacchiere e spot e vetrine scintillanti e promesse di innovazione. Vedo con piacere che il suo motto è:  Porta a scuola i tuoi sogni … E se qualcuno le raccontasse invece i nostri incubi? Tipo: scuole fatiscenti, classi pollaio, inserimento alunni disabili o stranieri sempre più difficoltoso, carenza di risorse,  precariato, docenti sottopagati, burocrazia soffocante, didattichese invadente … Insomma, questa è la scuola reale, altro che le belle facce del suo rassicurante filmatino (e non mi dica che non lo sa, lo sa benissimo, ma la politica dello spot evidentemente la lusinga più del lecito):  sempre meno equa,  sempre meno capace di sanare le disparità sociali, di far emergere  davvero i “capaci e meritevoli” (ah, il merito, la parola magica con cui tutti si sciacquano la bocca),  di rimettere in carreggiata chi avrebbe bisogno di un aiuto in più».

«A Skive ho anche scoperto che i colleghi danesi, che lavorano 18 ore alla settimana, per un anno scolastico di 200 giorni, percepiscono uno stipendio medio di 3.000 euro (parlo di 4 anni fa), a fronte di uno stipendio, quale è il mio, di 1.380 euro, che tale resterà fino al 2017. Non solo: i colleghi di Skive, quando hanno compiti da correggere, inviano una copia in un ufficio a Copenaghen, che calcola il tempo medio di correzione per il numero di alunni e computa, su quelle basi, un compenso aggiuntivo. I docenti di Skive non devono controllare gli alunni durante i lunghi intervalli e neppure hanno l’obbligo di incontrarsi con i genitori, perché il rapporto privilegiato è quello diretto: docente-discente (unica eccezione: 5 minuti di colloquio a quadrimestre, concessi ai genitori degli alunni che frequentano il primo anno).
Ministro, sono questi gli standard europei!».

GLI STANDARD EUROPEI DEL MINISTRO PROFUMO – «Le posso anche dire che le nostre scuole, per quanto riguarda le strutture, i materiali didattici, gli spazi e i tempi della didattica, sono proprie di un Paese arretrato e sottosviluppato: e di questo, la responsabilità è di chi ha deciso, da vent’anni a questa parte che, prima, per entrare in Europa, poi, per far fronte alla crisi, bisogna tagliare la spesa pubblica, cioè la scuola, la sanità, le pensioni (sia mai le spese militari – vedi  acquisto degli F 135 – o le missioni militari all’estero)».

Aggiungo solo la mia profonda desolazione di fronte alla volontà nemmeno tanto celata, di creare un popolo di ignoranti attraverso lo scardinamento sistematico della struttura scolastica italiana. Resisteremo? O forse ci aspetta un nuovo e tetro oscurantismo medievale?

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