Donne e libertà

Introduzione

Se è difficile parlare di libertà in generale, figurarsi quanto lo è parlare di libertà della donna, in un contesto mondiale organizzato in modo patriarcale e maschilista.

Si è discusso tanto sulla libertà e sul suo significato, se ne è persino abusato. In nome suo si sono giustificati comportamenti liberticidi nei confronti di altri, per l’incapacità diffusa di applicare un concetto astratto alla realtà contingente. Per semplificazione farò riferimento alla libertà fisica di potersi spostare liberamente senza alcuna costrizione, e alla libertà dello spirito che consiste, più genericamente, nella libertà di pensiero.

Le religioni e la donna: sintesi di un rapporto tra vittima e carnefice

In entrambe le interpretazioni, salta all’occhio che la donna nel corso dei secoli non è stata affatto libera. Non lo è stata in nessuna cultura, ad eccezione delle rare organizzazioni matriarcali. Tutte le religioni, ed in particolare le tre religioni monoteiste più diffuse sul pianeta, hanno fatto a gara nello spogliare la donna di ogni briciolo di libertà e di dignità personali. Basta leggersi qualche passo della Bibbia, o del Corano per comprenderlo, e se il Nuovo Testamento cristiano, in alcuni punti, sembrava volesse ridare dignità e parità alla donna, ci ha pensato il buon San Paolo e relegarla di nuovo nel suo angolo, e nella sua secolare prigione dovuta, evidentemente, all’inferiorità della sua forza fisica rispetto al maschio.

Le religioni, nel corso del secoli, hanno modellato il pensiero collettivo, contribuendo a creare ogni sorta di pregiudizio nei confronti dell’universo femminile. Pregiudizi che sopravvivono ancora oggi, e spesso, ritroviamo la loro esistenza e r-esistenza nei recenti fatti di cronaca che vanno sotto il nome di femminicidio.

Di fatto la richiesta esplicita di sottomissione della donna, da parte dei testi sacri, giustifica ampiamente l’utilizzo della forza per riportarla al suo ruolo originario. La figura stessa della Madonna nella cultura cattolica enfatizza e polarizza la condizione in cui la donna dovrebbe agire: madre vergine, quindi non legittimata a provare piacere sessuale, oppure prostituta. In entrambi i casi, oggetto dell’uomo. Nel primo caso, per garantirgli discendenza, nel secondo, per garantirgli piacere sessuale che soltanto a lui, in quanto uomo, gli è concesso.

Il mito dell’invidia penis

La domanda che sorge spontanea, è del perché si sia sviluppata, nell’umanità, la necessità di trattenere la donna in una condizione di perenne schiavitù psico-fisica. Probabilmente l’uomo ha sempre invidiato nella donna la capacità di procreare, e per pareggiare i conti ha costruito il mito dell’invidia penis e ha messo in campo tutte le strategie possibili, per il controllo della discendenza. Insomma, poter dare la vita, per la donna si è rivelata un’arma a doppio taglio: l’ha resa importante e necessaria ma l’ha resa anche oggetto nelle mani dell’uomo. Tanto è vero che in molte culture, ancora oggi, la donna sola, senza un uomo al fianco, è ampiamente disprezzata.

Nel corso dello svolgimento storico, le donne hanno tentato, a più riprese di ribellarsi, a volte semplicemente imparando a leggere e scrivere, attività loro proibita. Le repressioni per il controllo maschile della società sono state violentissime ed hanno fatto milioni di vittime.

Solo nella storia recente, la donna ha lentamente conquistato la parità dei diritti, almeno riconosciuta sulla carta, ma non senza brusche frenate e tentativi di restaurazione.

Da Amazzoni a Suffragette

Durante il secolo scorso la donna è riuscita a mettere a segno una serie di conquiste indiscutibili, che non le hanno, tuttavia, concesso di partecipare alla vita politica ed economica investita di ruoli decisionali. Perché la “libertà”, è bene sottolinearlo, passa necessariamente con l’emancipazione economica. La schiavitù è sempre figlia dell’impossibilità di mantenersi dignitosamente in vita, con le proprie risorse. E nel corso dei secoli, la donna è passata dal controllo paterno, a quello del marito, proprio a causa delle sfavorevoli condizioni economiche. Ci sono state anche rare eccezioni, in cui le donne hanno potuto disporre di grandi patrimoni, ed è proprio da loro che ha preso vita la richiesta dei diritti dell’universo femminile. Ne ricordo uno in particolare: il diritto al voto, ottenuto grazie al movimento delle Suffragette. Purtroppo, oggi, dobbiamo registrare l’incapacità tutta femminile di dare fiducia politica ad altre donne. Nonostante le “quote rosa”, la presenza femminile, nella politica che conta, è sempre minima e spesso controllata da personalità maschili.

Gli anni ’70 hanno visto le donne impegnate nella conquista della libertà di uso del proprio corpo. Al grido de “il corpo è mio e me lo gestisco io”, le donne sono riuscite ad ottenere la legalizzazione dell’aborto e il riconoscimento del proprio diritto decisionale nell’ambito della maternità. Questo impegno ha avuto come effetto, una liberalizzazione degli atteggiamenti sessuali, per cui anche alla donna è stata riconosciuta una vivace ed intensa attività sessuale negata, persino, dalla psicologia ufficiale, agli inizi del secolo scorso.

Da “Voi uomini” a “Bella, ricca e stronza”

Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto, perché, paradossalmente, la richiesta assolutamente legittima, di poter disporre del proprio corpo e di aver accesso ai piaceri sessuali, ha avuto l’effetto contrario, in altre parole, ha ridotto il corpo della donna a mero oggetto di scambio.

Perché ciò è potuto accadere?

Perché la libertà, di qualsiasi natura essa sia, passa sempre attraverso l’emancipazione economica. La fragilità della donna, e dei modelli femminili maturati a partire dagli anni ’80, grazie ai programmi televisivi sdoganati dalla Fininvest, è emersa in tutta la sua potenza. La donna libera, affrancata dal giogo economico, ha dovuto cedere il proprio corpo, e modellarlo secondo le esigenze dell’immaginario maschile. Non a caso, nella politica degli ultimi anni, si è assistito alla presenza di donne esteticamente piacenti e ricostruite chirurgicamente, il più delle volte assolutamente inidonee a coprire ruoli decisionali, loro assegnati, vuoi per mancanza di preparazione, vuoi per manipolazioni da parte maschile.

L’opinione pubblica ha assorbito i modelli proposti dai media, e la donna è precipitata in una condizione di schiavitù, dalla quale è praticamente impossibile fuggire. In ogni caso la maggior parte delle donne, pur di garantirsi un sostentamento economico, svende il proprio corpo, e non fa alcuna differenza se ciò accade attraverso un contratto matrimoniale, oppure prostituendosi a più clienti. Se non si è liberi economicamente, non si può “scegliere” liberamente. Il femminicidio, altro non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno sociale, che prende vita dalla considerazione della donna come “proprietà” maschile, proprio perché mai totalmente affrancata dalla dipendenza economica.

Un segnale inequivocabile risiede nel fatto che le ragazze di qualche decennio addietro leggevano saggi come “Voi uomini” di Anna Del Bo Boffino che invitavano all’emancipazione ed all’autoconsapevolezza femminile, mentre i bestseller attuali fanno capo a manuali del tipo “Bella, ricca e stronza”, in lezioni per raggirare gli uomini. Insomma, un processo inverso: dalla ricerca della libertà, alla prigionia più o meno velata.

Articolo pubblicato originariamente su: lacasasullaroccia.it

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