Tracy, la ragazza africana

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E’ stata la mia prima compagna di stanza durante la mia lunga degenza in ospedale.

Non parlava una parola di italiano, ma secondo me capiva molto di più di quello che lasciasse intendere. Parlava la sua lingua e l’inglese, ma io purtroppo non ho mai imparato la lingua degli anglosassoni e di conseguenza, dopo un imbarazzo iniziale, abbiamo cominciato a comunicare con gli sguardi e con il corpo.

Ventottenne, sposata, da otto mesi in Italia, era capitata in Irpinia nei campi di conc… ops, scusate, in quelle opere umanitarie definite centri di accoglienza.

E’ stata una compagna discreta, sicuramente la migliore tra quelle con le quali io abbia condiviso lo spazio e il tempo, ma non le piaceva il cibo italiano; spesso la sentivo lamentarsi al telefono: “qua Italia, sempre pasta e sugo, pasta e sugo, pasta e sugo”. E in effetti, poichè l’addetto alla selezione dei pasti non parlava inglese, a lei non veniva concesso di scegliere il pasto e le propinavano quello standard. Ovviamente Tracy aveva avuto tutto il tempo per comprendere che gli italiani reagiscono con odio e rabbia nei confronti di chi disprezza la loro cucina, quindi, aveva problemi a cestinare i pasti. La verità è che anche io di cibo ne ho buttato tantissimo, ma non perché fosse cattivo, anzi, alcuni piatti erano proprio buonissimi, ma perché per i primi 15 giorni stavo troppo male per poter mangiare, ma io ero italiana, a me era concesso tutto, come del resto agli altri pazienti italiani. Tutti buttavamo il cibo, ma per Tracy era diventata una tragedia. Io la vedevo muoversi in balletti improbabili nel tentativo di non essere vista, poi usciva dalla stanza e molto probabilmente cercava un cestino distante, in modo che non si risalisse a lei… e intanto io ridevo…

Tracy era guarita da tempo, ma a differenza mia non aveva una casa a cui tornare. Nessuno veniva a trovarla, non aveva volti amici da guardare, non aveva affetti che la sostenessero. Eravamo due disperazioni diverse rinchiuse in uno stesso spazio tempo. Nessuno veniva nemmeno a prenderla. E così è rimasta in ospedale come in un limbo, prigioniera della burocrazia italiana, ma non nascondo affatto che io ho desiderato che restasse il più a lungo possibile!

Il marito di Tracy era a Catania. Un bel giorno lei ha deciso di raggiungerlo e così è scappata dal centro di accoglienza, ovviamente l’hanno acciuffata subito e in un attimo ha perduto lo status da rifugiata. Il prefetto le ha fatto il foglio di via. Bloccata in ospedale, nessun centro di accoglienza ha voluto ospitarla senza la garanzia di un lauto guadagno. La diplomazia, alla fine, ha avuto la meglio e un giorno sono venuti a prenderla.

Questa ragazza dal corpo bellissimo e potente scolpito nell’ebano, figlia dell’Africa sub-sahariana, cristiana, con un fierezza tale da mettere in imbarazzo l’evidente decadenza dell’Occidente, si è arresa al destino e mi è parso di vederla come un’aquila in gabbia, un lupo alla catena. Io le ho augurato “BUONA FORTUNA” e poi mi sono sciolta in un interminabile pianto inconsolabile, il primo dal mio ricovero. Piangevo per lei che non aveva una casa a cui tornare, alla quale avevano strappato affetti e sentimenti come se lei non fosse una persona; piangevo per me che, forse, a casa non sarei mai più tornata…

La notte che ho avuto la seconda crisi respiratoria e hanno dovuto sostituire gli occhialini con la mascherina dell’ossigeno, il mio compagno, prima di andare via, ha fatto cenno a Tracy di darmi un’occhiata. E lei di notte si è alzata più volte, ha acceso la luce soft e ha controllato che respirassi. Io ho aperto gli occhi, le ho sempre sorriso e le ho fatto cenno che tutto andava bene… Tracy, la ragazza africana

Quella che ha attraversato il Sahara, ha sopportato le violenze libiche e la disidratazione del Mediterraneo… la pelle d’ebano…

Eh no, non mi ha mischiato la tubercolosi, né la scabbia, né la malaria.

 

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